The Principle Of Evil Made Flesh

Anno
1994
Tracklist
Darkness Our Bride (Jugular Wedding)
The Forest Whispers My Name
The Black Goddess Rises
A Crescendo Of Passion Bleeding
To Eve The Art Of Witchcraft
Of Mist And Midnight Skies
A Dream Of Wolves In The Snow
Summer Dying Fast
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Testi e traduzioni:
The Forest Whispers My Name
Recensione:
Voto:
80/100
Correva l'anno 1994. Mentre in Norvegia i fatti di sangue catapultavano nella ressa mediatica l'"Inner Circle" e i suoi componenti assicurando la fama leggendaria ai grandi nomi del black metal, in Inghilterra qualcosa iniziava a muoversi: erano i Cradle of Filth. Autori già di quattro demo e uno split di chiara impronta death, i "Signori della Notte" proprio in quel periodo mettevano a frutto la lezione norvegese (rielaborandola, e non di poco, in modo del tutto originale) dando alle stampe questo "The Principle Of Evil Made Flesh", probabilmente il primo (e anche l'ultimo) album dei Cradle of Filth etichettabile "pienamente" (opinione dai più condivisa, ma io ho alcune riserve in merito) come black metal, sia pure di stampo melodico/sinfonico, nonché sicuramente l'unico episodio che, quantomeno, non risulta troppo fastidioso all'udito dei blacksters più duri e puri (e stereotipati).

L'aggettivo che più mi viene in mente mentre ascolto e recensisco l'album è il termine "pioneristico". L'ascolto complessivo attento ed accurato dell'album in questione non fa che confermare quanto questo aggettivo possa esprimere: insistendo nell'ascolto, si presentano alle orecchie tutti gli elementi che, negli anni a venire, contribuiranno a creare il genere "Cradle Of Filth", pur se chiaramente in forma primordiale e, in un certo qualmodo, disorganizzata; abbastanza, comunque, per poter tracciare già un dividendo ideale tra Inghilterra e Scandinavia, mantenendo al contempo - ma solo per poco - elementi in comune.
Tutti o quasi gli elementi che, volenti o nolenti, hanno decretato la fortuna del black metal norvegese fanno capolino in quest'album, anche se in forma più mitigata. Riff taglienti e ripetuti, registrazione scarna anche se non da cantina (per intenderci, niente a che vedere con i Darkthrone o la Legion Noires), batteria martellante, atmosfere cupe e scream aggressivo (anche se più lancinante che disperato) permeano tutto l'album; tuttavia, l'elemento che fa la differenza è l'uso delle tastiere (e, credo sia doveroso, non posso mancare di fare l'occhiolino agli Emperor), che non sono intese semplicemente come elemento di contorno, quanto piuttosto tende a configurarsi come una delle architravi portanti del sound complessivo dell'intero album; all'epoca, una scelta in assoluta controtendenza (e di non poca fortuna negli anni a venire).
Ma veniamo al commento generico del sound.

Tredici canzoni (non poche) della durata media di 5 minuti circa, di cui un intro, un outro e tre intermezzi sinfonici nel pieno della scaletta vanno a costituire quest'opera profetica di male vampirico. Una struttura questa che evade largamente dai confini stabiliti dai satanassi norvegesi, e che comunque riesce pienamente a mantenere alta la soglia dell'attenzione dell'ascoltatore, che si trova davanti ad un sound di criptica definizione (anche per i commentatori odierni). La componente black è di poco predominante, tant'è che si sentono chiaramente le influenze heavy-thrash (soprattutto Slayer e Iron Maiden) nei riff e negli assoli sparsi qua e là per tutto il disco; le tastiere invece risentono, e non di poco, delle influenze goth-rock settantiane (Sisters Of Mercy), di cui si pongono in rapporto di imitatio/emulatio; la batteria è forse l'elemento che più va a ricordare lo zoccolo duro del black tout court. Il cantato di Dani Filth qui risulta invece di non chiara definizione: già in alcuni frangenti caratteristico per la sua acutezza (cosa che lo contraddistinguerà molto negli anni a venire), è spesso sporcato e sgraziato da fioche reminescenze dei maestri già affermati (Nocturno Culto e Dead su tutti), risultando un ibrido non sempre assonante.

Passiamo all'analisi delle canzoni.
L'album si apre con l'intro "Darkness Our Bride (Jugular Wedding)", vera e propria invocazione demoniaca (desumibile dal testo: "Agios o Satanas", espressione in greco traducibile con il motto "Santo Satana", storpiatura di Άγιος ο Θεός - "Dio Santo" - dicitura contenuta nel Trisagion, un inno della Chiesa Ortodossa) in cui l'uso dell'organo liturgico mi ha riportato alla mente gli Antonious Rex e il macrocosmo progressivo settantiano; è, indubbiamente, un'apertura (che diverrà consuetudine per la band) magistrale e di sicuro effetto. Le due canzoni vere e proprie che seguono sono "The Principle Of Evil Made Flesh" e la celebre "The Forest Whispers My Name", che in verità hanno bisogno di poche presentazioni, essendo probabilmente le due canzoni più conosciute dell'album (la seconda verrà anche ripresa nell'ep successivo), essendo infatti emblema della descrizione fatta poco prima: la prima si caratterizza, tra le altre cose, da riff di matrice thrash e da alcune parti narrate dalla la voce femminile (quella di Sarah Jazebel Deva); la seconda invece si impone subito per il suo caratteristico attacco di tastiera. Segue poi un intermezzo sinfonico, "Iscariot", una sorta di affresco della crocifissione sul ritmo di un valzer, introdotto e salutato da un battito cardiaco. La successiva "The Black Goddess Rises" è anch'essa introdotta da note di tastiera, che lasciano subito spazio ad un riff quasi dissonante, per poi nuovamente ricomparire, struggenti e melanconiche, poco prima della metà della canzone, fino a tre quarti, lasciando il posto a due brevissimi e caotici assoli Slayer style, fungenti da collegamento con il tema iniziale. Il successivo intermezzo, "One Final Graven Kiss" coadiuva melodie struggenti e malinconiche. "A Crescendo Of Passion Bleeding" si fregia di un potente attacco thrash anche se la canzone, assimilabile al black tout court, è piuttosto varia nella sua struttura, andando a toccare persino lidi epici (sempre grazie a sprazzi tastierici ed a buoni cambi di tempo). "To Eve The Art Of Witchcraft" è introdotta dall'organo liturgico che, dopo il violento riff di attacco, fa la sua comparsa qua e là per tutta la canzone, segnata da un intreccio di ferale e black metal e riff più melodici di chiari rimandi heavy. "Of Mist And Midnight Skies" è invece introdotta da une versione più lenta della "Toccata e fuga in Re Minore" di Bach (chi ha visto il duello finale tra Lee Van Cleef e Gian Maria Volonté nel film "Per qualche dollaro in più" di Sergio Leone non avrà difficoltà a fare i dovuti collegamenti), ed è una lunga suite di 8 minuti ed oltre, primo esempio di quanto i Cradle proporranno nelle uscite successive. Il susseguente (e ultimo) intermezzo, "In Secret Love We Drown" si caratterizza per la resa sonora "pagan" (acqua che scorre e scintillio di luci), mentre "A Dream Of Wolves In The Snow" é una narrazione la cui base musicale sarà ripresa nella stesura della bellissima "Queen Of Winter, Throned" contenuta nel successivo ep "VEmpire". L'ultima traccia, "Summer Dying Fast", è sicuramente uno degli episodi migliori del disco, nonché probabilmente la più black del lotto; la sua struttura è varia, violenta all'inizio, epica e malinconica sul finire; memorabile. Chiude l'outro "Imperium Tenebrarum", in cui si sovrappongono voce femminile e voce maschile in una dichiarazione apocalittica.

In conclusione: da molti ritenuto il capolavoro della band, "The Principle Of Evil Made Flesh" è sicuramente un album di importanza storica per l'influenza che ha avuto sulle uscite black metal più sinfoniche e melodiche che gli sono seguite. L'album in sè per sè è un ibrido riuscito (anche se con qualche sbavatura qua e là) tra il black metal e le altre innumerevoli influenze, che nelle uscite successive prenderanno pian piano il sopravvento; tuttavia, è necessario fare un distinguo fra i possibili ambiti di classificazione di un giudizio, nel momento in cui ci si pone di fronte ad un'uscita come questa. Se si analizza l'album facendo riferimento all'epoca in cui è stato composto, allora sicuramente merita un voto elevato in virtù della sintesi che riesce ad attuare tra innovazione e celebrazione rispetto alla scena scandinava; se invece si cerca di dare un giudizio mettendolo a confronto con le uscite successive della band, allora la questione si complica in virtù proprio della sua natura ibrida, che lo penalizza, se così si può dire, rispetto al sound che si verrà a creare poi. Per quanto riguarda il mio parere personale, sono propenso a ritenerlo un capitolo degno di nota nella storia della band, e non cerco di improvvisarmi in paragoni azzardati con le realtà coeve (non avendo in merito la cultura musicale necessaria) additandolo come capolavoro del black metal (genere che nemmeno in questo debutto si addice totalmente a descrivere la musica proposta); semplicemente, mi limito a ribadire ancora una volta che, nel bene e nel male, almeno il 50% di tutto il metal estremo melodico/sinfonico è passato di qui (vuoi per attitudine o per ispirazione), e che tutto il resto in fin dei conti conta poco. Ogni storia ha per forza di cose un inizio, e i "Signori della Notte" hanno cominciato qui. Per quanto riguarda il voto, come diceva qualche saggio, in media stat virtus.


"Vieni a me, mia pallida Incantatrice
Nella luna dei boschi ci baciamo"
Ironman