| Musica -> Power Metal -> Kamelot -> The Fourth Legacy Disco preferito da 11 utenti Per aggiungere ai preferiti devi eseguire il login.
01. New Allegiance Compra CD, poster, merchandise e tanto altro... Cerca The Fourth Legacy su ebay02. The Fourth Legacy 03. Silent Goddess 04. Desert Reign 05. Nights of Arabia 06. The Shadow of Uther 07. A Sailorman's Hymn 08. Alexandria 09. The Inquisitor 10. Glory 11. Until Kingdom Come 12. Lunar Sanctum Can You Remember? (japanese bonustrack) Testi e Traduzioni Disponibili: The Shadow Of Uther, Nights Of Arabia, Until Kingdom Come, The Fourth Legacy, A Sailorman’s Hymn, Glory, A Sailorman´s Hymn, Silent Goddess, Alexandria, The Inquisitor, Lunar Sanctum La quarta eredità (questa la traduzione del titolo dell'album) è senza dubbio la svolta della band. Dopo i due (per me decisamente anonimi) "Eternity" e "Dominion", suonati da una line-up quasi totalmente differente da oggi, e dopo "Siege Perilous", un impasto acerbo di power-prog considerato dalla stessa band alla stregua di un tentativo di amalgama fra i membri del gruppo, "The Fourth Legacy" costituisce la prima vera prova delle potenzialità che i Kamelot posseggono. In quest'album infatti la band raggiunge un alto livello di affiatamento, i testi si fanno più riflessivi e ragionati e, ultima cosa e non meno importante, il sound inizia ad assumere le caratteristiche che poi saranno peculiari delle release successive. Cominciamo proprio dal sound. Innanzitutto questo album ha una impostazione molto più "power" rispetto al passato, senza contare che è privo (quasi totalmente) dell'atmosfera di leggera malinconìa che imprimerà poi tutte le uscite successive della band, elemento che diverrà caratteristico; il risultato è quindi maggiormente influenzato da altri fattori (melodie orientali, influenze celtiche e via discorrendo), oltrechè dalle caratteristiche che a tutt'oggi rendono i Kamelot quantomeno "particolari" (la voce di Roy Khan in primis). Le tematiche delle canzoni di questo album sono pressochè disparate. Si passa da una sorta di manifesto del gruppo (la title-track) alle mille e una notte, dalle saghe del ciclo bretone a riflessioni storiche sulle crociate, finanche a racconti immaginari di amanti separati dall'immensità dell'oceano; si potrebbe quindi affermare senza rischiare di sbagliare troppo che se le tracce dell'album hanno un filo conduttore tra di loro, questo è senza dubbio l'amore per la storia e la letteratura oppure, volendo generalizzare ancora di più, avvenimenti reali o immaginari delatori di una certa atmosfera emotiva. Per quanto concerne l'aspetto propriamente musicale, questo riassume in un certo qualmodo le caratteristiche peculiari del songwriting; se la base è il classico power metal melodico mai troppo potente e veloce, sempre volto ad enfatizzare le atmosfere in ogni singola traccia, le sfaccettature che assume a seconda di quest'ultima sono molto varie a seconda del caso. Vediamo nel dettaglio. Dopo il breve intro "New Allegiance" ci si ritrova subito catapultati nella title-track, indubbiamente uno degli episodi più riusciti dell'intero album: struttura e ritornello accattivante, con tanto di assolo di chitarra e chorus centrale in italiano (a dir la verità , molto poco intelligibile). Risultato molto orecchiabile e abbastanza potente. Segue "Silent Goddess", canzone non particolarmente originale e, a gusto personale, alquanto anonima pur nella sua classicità . Niente di particolarmente memorabile. Un altro breve intro ("Desert Reign") ci trasporta in una dimensione totalmente orientale, giusto in tempo per l'inizio di "Nights Of Arabia", canzone basata sulle mille e una notte e, neanche a dirlo, composta da riff, cori e intermezzi musicali vari di impostazione decisamente "esotica"; il risultato è particolare, ed è un punto in fisso in sede live. Dopo l'excursus sulle vicende orientali ci ritroviamo in Europa, e precisamente in Cornovaglia (Inghilterra). "The Shadow Of Uther" è infatti una breve cronaca delle vicende di Uther Pendragon, figura di dubbia storicità descritta nel ciclo letterario bretone come il padre di Re Artù di Camelot e come primo unificatore dell'impero dei Britanni. Inizia subito in maniera molto epica (merito anche del sapiente uso del rullante da parte del batterista, Casey Grillo), e si avvale di un solo chitarristico epico e trascinante; nel finale sono anche presenti richiami alla musica popolare celtica. Scomparse le ultime note delle cornamuse, inizia la prima delle due ballad dell'album, "A Sailorman's Hymn". Composta da armoniosi arpeggi di chitarra acustica e da inserti di violino, racconta per mezzo di un'eccezionale interpretazione vocale di Khan l'amore di una ragazza e un marinaio separati dall'immensità dell'oceano. Probabilmente la miglior ballad mai composta finora dal gruppo, assieme a Don't You Cry. Con la successiva "Alexandria" torniamo decisamente alle atmosfere epico-orientaleggianti. Molto buona l'impostazione ritmica su cui poggia la canzone, e degno di nota è anche il riff portante della struttura. Buoni anche il solo di chitarra e l'interpretazione vocale. La canzone seguente, "The Inquisitor", mantiene quasi intatta l'atmosfera precedente, pur rendendola più pesante anche a causa del ritmo più lento. Anche qui da segnalare l'assolo di chitarra verso la fine. Si arriva a questo punto alla seconda ballad dell'album, "Glory". Memoria delle stragi e delle uccisioni perpetuate da un crociato, anche questa canzone è suonata interamente con la chitarra acustica. La penultima track, "Until Kingdom Come", è probabilmente la più power del lotto. Veloce rispetto alla media dell'album e con un ritornello accattivante, risulta essere (assieme alla title-track) la canzone di più immediata assimilazione. La traccia conclusiva dell'album è "Lunar Sanctum", particolare grazie agli inserti di sintetizzatore presenti per tutta la sua durata, che è testimone di un'altra ottima prova di Khan, in spolvero durante tutto l'album. Peccato per il finale "improvviso". Per concludere: "The Fourth Legacy" gode di un suono rinnovato rispetto ad un passato opaco, e miscela in maniera corretta potenza, atmosfera e melodia. Si mantiene generalmente su un buon livello con due o tre canzoni sopra le righe, anche se dal punto di vista dei contenuti non raggiunge il livello di raffinatezza delle uscite successive, scadendo in qualche frangente nella banalità . In definitiva è un buon album, e lo consiglio vivamente a coloro che si avvicinano ai Kamelot per la prima volta, ed in generale a chi ama un power classico, non troppo potente o veloce. "Se cerchi la saggezza raggiungila dentro di te" Voto: 75/100. Recensito da Ironman il 14/01/2009 Altre recensioni di questo utente:
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