Iced Tears - CD Metal - The Black Halo
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Musica -> Power Metal -> Kamelot -> The Black Halo
Kamelot - The Black Halo (cd cover)
Disco preferito da 24 utenti
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Band:Kamelot
Disco:The Black Halo
Anno:2005
Tracklist:
01. March of Mephisto [video available]
02. When the Lights Are Down
03. The Haunting (Somewhere in Time) [video available]
04. Soul Society
05. Interlude I - Dei Gratia
06. Abandoned
07. This Pain
08. Moonlight
09. Interlude II - Un Assassinio Molto Silenzioso
10. The Black Halo
11. Nothing Ever Dies
12. Memento Mori
13. Interlude III - Midnight/Twelve Tolls for a New Day
14. Serenade

The Haunting (Somewhere in Time) - Edit Version
(limited edition bonustrack)
March of Mephisto - Edit Version
(limited edition bonustrack)
Epilogue
(japanese bonustrack)
Soul Society - Edit Version
(japanese bonustrack)
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Testi e Traduzioni Disponibili: March Of Mephisto, The Black Halo, Memento Mori , Serenade, Epilogue, When The Lights Are Down, Soul Society, Nothing Ever Dies, The Haunting (Somewhere In Time), Abandoned, This Pain, Moonlight
Dal canto mio recensire un album dei Kamelot non è per nulla facile. Tralasciando in favore dell’obiettività (sempre che ciò sia realmente possibile) tutti i giudizi personali sulla band, i Kamelot sono un gruppo che
(se sia un merito o un demerito non spetta a me dirlo) ha diviso come pochi altri le schiere dei metallari più appassionati: vuoi per il sound proposto (molto “prog”, rispetto a quello proposto dalla scena più intransigente), oppure per la voce di Roy Khan, tanto suadente e particolare da far gridare chi al miracolo e chi ad un invito al ritiro dalla scena musicale; fatta questa premessa, è chiaro che chi fa parte della prima serie non farà altro che definire quest’album un capolavoro, mentre i restanti si limiteranno ad ignorare la recensione (e l’album), senza tralasciare magari qualche nota di ammonimento (tanto per essere fiduciosi verso il prossimo) nei confronti del recensore. Ma visto che l’ormai obsoleto (ma pur sempre veritiero) “de gustibus…” non riesce a risolvere completamente gli interrogativi di chi si propende all’ascolto dell’album la prima volta, procediamo con l’analisi vera e propria del disco in questione.


“The Black Halo” rappresenta il secondo (nonché definitivo) tassello dell’opera che i bardi americani hanno voluto realizzare prendendo spunto dal "Faust" di Wolfgang von Goethe (capolavoro delle letteratura romantica tedesca e mondiale); concettualmente collegato in linea diretta (e non poteva essere altrimenti) con il precedente "Epica", in esso viene raccontata l’evoluzione di Ariel, personaggio inteso come metafora dell’essere umano che vuole trascendere i propri limiti, trovandosi inequivocabilmente diviso tra il bene (la sua amata Helena) e il male (il demone Mephisto). Questa sorta di “divisione” viene resa con un sound in certi tratti epico e trascinante, ma indissolubilmente impermeato di un’atmosfera quanto mai triste e nostalgica, atmosfera presente (anche se con differenti intensità) in praticamente tutte le canzoni. Tristezza e nostalgia che non raggiungono certamente i picchi di alcuni album doom (Katatonia et similia), e che tuttavia sono il punto di riferimento per la piena comprensione dell’album.


Il quartetto iniziale dell’album è esplosivo: ad aprire le danze ci pensa l’anatemica “March of Mephisto”, in cui un riff trascinante è sapientemente miscelato alla suadente ugola di Khan e al growl maligno di Shagrath dei Dimmu Borgir (uno dei guest dell’album, oltre a Simone Simons degli Epica e al tastierista degli Stratovarius, Jens Johansson) impersonatosi per l’occasione nel “povero” diavolo; la seguente “When The Lights Are Down” (punto fisso in sede live) è il degno proseguimento dell’opener in quanto a potenza trascinante, mentre invece “The Haunting (Somewhere In Time)” e “Soul Society” si caratterizzano l’una dall’eccellente connubio tra la voce di Khan e della Simons, l’altra dal coro celestiale su cui è costruita l’intera canzone. Dopo questi quattro eccellenti esempi di come possa essere al contempo potente ed espressivo un genere come il power metal, le atmosfere si fanno più calme: dopo un breve interludio si arriva prima ad “Abandoned” (la ballad dell’album che rappresenta probabilmente il picco di tristezza più elevato), poi a “This pain” ed a “Moonlight”, dissimili nella struttura musicale quanto simili nella triste atmosfera di base. Dopo un altro interludio (“Un Assassinio Molto Silenzioso”, un gioiellino tutto cantato in italiano) si arriva alla parte finale dell’album, composta dalla title track (che insieme alla successiva “Nothing Ever Dies” va quasi a formare un unico blocco di atmosfere melodico/nostalgiche), da “Memento Mori” (in cui l’interpretazione espressiva di Khan raggiunge livelli inimmaginabili, tra i più alti dell’intera discografia se non dell’intero panorama musicale del genere) e, separata da queste ultimi per mezzo di un altro breve interludio, la conclusiva “Serenade”, in cui questa volta l’atmosfera nostalgica si intreccia con linee di delicata dolcezza.


In conclusione: la qualità generale delle canzoni che compongono questo album è molto alta (così come degna di nota è la prestazione dei singoli musicisti: i riff di Younblood sono sempre equilibrati tra forza ed espressività e non scadono mai nella banalità; la base ritmica formata dal batterista Casey Grillo e dal bassista Glen Barry è molto solida a varia e, soprattutto per quanto concerne la batteria, non manca di originalità, caratteristica non comune in un genere come quello suonato dai Kamelot; la voce di Khan è magistrale, al di là del proprio gusto personale, e tecnicamente ineccepibile, perfettamente utilizzata come uno strumento musicale a sé stante); tuttavia esso risulta essere di difficile assimilazione (soprattutto nella parte centrale in cui i ritmi si fanno meno aggressivi e più atmosferici) anche a causa sia della non immediatezza dei testi, sia di qualche frangente non particolarmente ispirato, quindi necessita di più ascolti per essere compreso ed apprezzato appieno.
Se lo ascolterete con la dovuta attenzione capirete che, capolavoro o meno che lo reputiate, è un album che vale più di un ascolto e che merita di diritto un posto tra gli album più meritevoli del power metal. E non credo sia poco.

"Ricordando la morte mortale
sono la spora del tuo orgoglio,
un angelo mandato dal paradiso"

Voto: 88/100. Recensito da Ironman   il 09/11/2008

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