Sagas

Anno
2008 (20 Giugno)
Tracklist
L'immagine non è disponibileRecensione:
Voto:
88/100
Equilibrium, tre anni dopo. Tanto è durata l’attesa per Sagas, secondo full-length di questa impareggiabile band tedesca, atteso ad un’impresa non facile: non far rimpiangere lo splendido Turis Fratyr.
Si può subito iniziare affermando come l’impresa sia riuscita, anche se in modo diverso da come ci si sarebbe potuto aspettare: chi era in trepida attesa, infatti, di un sequel classico, che continuasse, in tutto e per tutto, la strada già intrapresa con il primo album, resterà piacevolmente sorpreso.

Ma andiamo con ordine: il disco si apre con Prolog auf Erden, intro che fino al minuto 1:20 sembra voler rappresentare un solido ponte collegante Sagas al primo album dei cinque tedeschi, salvo poi essere spezzato da un urlo lacerante, seguito da un crescendo d’epicità che viene rapidamente rimpiazzato da una melodia quasi cadenzata, sebbene essa venga ravvivata dal sapiente accompagnamento di chitarra e batteria.

Segue Wurzelbert, con la sua apertura altisonante che sfuma ben presto in un pezzo che trova le sue basi nell’energico suono delle chitarre e nel velocissimo scream di Helge Stang, oltre al solito, immancabile, tocco folk che caratterizza così bene la band teutonica. Creare un pezzo di cinque minuti che sembra svanire in un lampo, non è cosa da poco, e in questo caso, per il gruppo, la missione è egregiamente compiuta.

Subito dopo arriva quella che è, per destino e per bellezza, la hit dell’Lp, Blut im Auge: questa volta la canzone si apre con una melodia calma e rilassante, che si scatena in seguito in un crescendo strepitoso che vede ancora protagonista il cantato, ma che riserva un posto d’onore anche per le tastiere. Il ritmo è veloce e sostenuto, e il pezzo non può non coinvolgere l’ascoltatore, che ne può apprezzare al meglio le minime sfumature.

E’ quindi il turno di Unbesiegt, canzone a dir poco criptica, che prende origine da una melodia tanto particolare da sfiorare il pacchiano per alcuni tratti, per dar vita ad un pezzo in cui la batteria la fa da padrona, senza rubare però la scena alle altre componenti.

Verrat rompe di netto con l’atmosfera fin qui creatasi, proponendo sonorità taglienti e incisive, per certi versi nettamente tendenti al black metal, che vengono in seguito addolcite dalle melodie create dalle tastiere.

Snüffel è l’ennesima traccia-sorpresa: dopo l’inizio finntrolliano (alzi la mano chi non ha pensato alla canzone Jaktens Tid, quando il pezzo prende inizio), lo stile della band si sposta di molto verso il melodic death, fino a raggiungere la sua apoteosi al minuto 03:26.

Heimwärts sembra iniziare facendo il verso a En Mäktig Här dei Finntroll, ma questa prima impressione viene subito spazzata via, dando modo all’ascoltatore di apprezzare una traccia ottima, che cela al suo interno anche alcuni spunti davvero originali.

Dopo l’intermezzo ambient Heiderauche, arriva il turno di Die Weide und der Fluß, pezzo che procede cadenzato e marziale fino al minuto 03:56, per poi scatenarsi in un amalgama di growl, tastiere e chitarre. L’unica pecca di questa traccia sembra essere la sua eccessiva lunghezza ma, se veramente di pecca si vuol parlare, non si può fare a meno di sottolineare come questa sia assolutamente veniale.

Des Sängers Fluch strizza l’occhio ai Moonsorrow non solo per la sua lunghezza (ben otto minuti, non proprio la regola in casa Equilibrium), ma anche e soprattutto per l’epicità e l’uso “trollhorniano” delle tastiere, e rimanendo lo stesso un pezzo di buon livello per tutto l’arco della sua durata.

Ruf in den Wind ravviva di nuovo l’ambiente offrendo melodie energiche e coinvolgenti anche se, per una volta, la voce di Helge Stang non sembra adattarsi in maniera ottimale alla traccia (incredibile ma vero!).

Dopo Dämmerung, buona canzone che però non lascia il segno, se si escludono alcuni buoni passaggi in stile Shingo Murata, arriva infine Mana, traccia conclusiva del disco: un pazzesco pezzo strumentale, talmente eclettico da risultare quasi incommentabile, il cui ascolto rapisce in modo disarmante.

In definitiva, in soli due album gli Equilibrium hanno dimostrato di poter essere originali e incisivi continuando a comporre musica d’ottima qualità, senza lasciarsi influenzare dai loro trascorsi e cercando sonorità sempre nuove. Sebbene di questi tempi anche le vecchie glorie piombino nel baratro della monotonia e della piattezza, veder crescere e consolidarsi gruppi del genere non può che far ben sperare. Scusate se è poco.
Jojijo