Iced Tears - CD Metal - Poetry For The Poisoned
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Kamelot - Poetry for the Poisoned (cd cover)
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Band:Kamelot
Disco:Poetry for the Poisoned
Anno:2010 (10 Settembre)
Tracklist:
01. The Great Pandemonium
02. If Tomorrow Came
03. Dear Editor
04. The Zodiac
05. Hunter\'s Season
06. House On A Hill
07. Necropolis
08. My Train Of Thoughts
09. Seal Of Woven Years
10. Pt. I - Incubus
11. Pt. II - So Long
12. Pt. III - All Is Over
13. Pt. IV - Dissection
14. Once Upon A Time
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Testi e Traduzioni Disponibili: The Great Pandemonium, If Tomorrow Came, Hunter´s Season, House on a Hill
Si sa che tutte le band, chi più chi meno, tendono a descrivere ogni volta la loro ultima creatura (in termini musicali) come un capolavoro, o comunque come un lavoro sopra le righe; e si sa anche che, il più delle volte, queste voci non corrispondono a verità, anzi, a questa non si avvicinano neppure.

È anche il caso di questo ultimo parto dei Kamelot, â€Poetry for the Poisonedâ€?
Più che una domanda, questo è un dubbio amletico.

Il precedente â€Ghost Opera†per molti fans della band (me incluso) costituiva una sorta di deviazione, di sperimentazione dal percorso musicale che i Kamelot, perlomeno da â€The Fourth Legacy†sino a â€The Black Haloâ€, avevano intrapreso; certamente, il sound non era stato stravolto in maniera colossale, poiché le note sonore che caratterizzavano la band si facevano comunque notare, seppure in misura minore; inoltre, era difficilissimo bissare l’apice qualitativo dei due concept sul â€Faust†di Goethe. Ne era uscito fuori comunque un buon lavoro, predominato da tinte romantico-gotiche, molti effetti vocali (soprattutto filtri), una buona dose di progressive e poco power metal tout-court. Risultato che aveva in qualche modo lasciato perplessi alcuni fans.

L’unica cosa certa è che questo album non farà che aumentare le perplessità già presenti. â€Poetry for the Poisoned†è infatti, in tutte le sue componenti, il figlio maggiore di â€Ghost Opera†piuttosto che di â€The Black Haloâ€, delineandosi in pieno come suo devoto debitore in ogni sua parte; anzi, in molti casi ne estremizza ancora di più le soluzioni progressive. A discapito della potenza del suono, ancora una volta, al punto che trovo difficoltà a definire la musica di questo album power metal. Parlerei piuttosto di una fusione di goth rock in chiave moderna e Dream Theater: un ibrido di classe e qualità, ma che col power ha, alla fine dei conti, ben poco da spartire.

Non si può dire che la formazione (anche dopo la sostituzione di Glenn Barry con Sean Tibbets) non sia in forma, o che non abbia elevate capacità di tecnica e composizione musicale (aspetti in cui il disco eccelle); tuttavia, dopo gli ascolti che gli ho dedicato, mi pare chiaro che a questo album manca una componente essenziale per definirlo un capolavoro: l’ispirazione. Tutto è ben suonato, le scelte dei guest azzeccate (l’immancabile Simone Simmons, Strid dei Soilwork, Jon Oliva, Gus G.); la macchina, insomma, funziona perfettamente. Ma percorre sentieri già conosciuti, note prive di mordente, ritornelli echeggianti alcuni già sentiti. Gira bene, ma a vuoto. A parte 4/5 tracce degne di nota (su 15), non c’è nulla che rimanga impresso in maniera definibile dopo ripetuti ascolti. Ne è l’esempio lampante l’opener, â€The Great Pandemoniumâ€: ci sono tutti gli ingredienti dei Kamelot, dalla suadente ugola di Khan alla ritmica di Grillo, con il piccolo problema che il tentativo di bissare quel monolite di â€March of Mephisto†(come non paragonare le back vocals di Strid allo scream di Shagrat?) non riesce, perché il tutto acquista tonalità ruffiane e anche troppo ricercate. Certamente una canzone di effetto, con un break memorabile, ma nulla di eccezionale. â€If Tomorrow Came†segue la stessa falsariga, anche se il risultato finale è migliore per le scelte melodiche (a parte gli ormai consueti filtri vocali di sottofondo sulla voce di Khan). â€Dear Editorâ€, probabilmente concepito come una sorta di intro, è fondamentalmente inutile all’economia finale (se non fastidiosa); stesso discorso per â€The Zodiacâ€, le cui soluzioni in termini di refrain e di riff mi lasciano alquanto insoddisfatto (unica nota positiva, l’assolo chitarristico di sapore quasi blues). La situazione migliora con la successiva â€Hunter’s Seasonâ€, molto più orecchiabile e con un refrain più d’effetto (ma pacchiano), che le rendono uno dei pochi episodi che,a disco finito, lasciano qualcosa d’immediato. Segue la ballad â€House on a Hillâ€, dedicata alla scomparsa madre di Thomas Youngblood: in pieno stile Kamelot, non aggiunge nulla di nuovo al già fornito repertorio della band (comunque Khan si dimostra in forma anche stavolta), ma è uno degli episodi migliori di tutto il disco. Con la successiva â€Necropolisâ€, la band torna brevemente alle coordinate sonore di un tempo: il riff è cupo, di sapore quasi mediorientale, le orchestrazioni azzeccate; la prestazione di Khan pensa a fare il resto. Per farla breve, nota memorabile. Con â€My Train of Thoughts†si ritorna alle sonorità più propriamente prog/simil Ghost Opera, ma Khan è ancora una volta sopra le righe, e da la marcia in più ad una sottofondo musicale piuttosto, ahimé, insipido. Lo spettro del Fantasma dell’Opera si riaffaccia prepotentemente anche in â€Seal of Woven Yearsâ€, anche se solo all’inizio; la canzone infatti non ha nulla delle atmosfere gotico-romantiche del succitato, sostando infatti su lidi tipicamente prog che la rendono piuttosto anonima (assolo di Youngblood compreso). Il livello si rialza nuovamente con la title track, suddivisa in 4 parti distinte. La prima e la seconda, â€Incubus†e â€So Longâ€, rievocano i momenti migliori di â€Ghost Operaâ€; la terza e la quarta, â€All Is Over†e â€Dissectionâ€, pescano (finalmente, è il caso di dirlo) da tutta la precedente produzione (con un occhio a â€The Black Haloâ€). Globalmente, è la track che trasmette più emozione alla fine dell’ascolto. La conclusiva â€Once Upon a Time†si rituffa pienamente in lidi romantici e melodici, risultando piacevole, ma certamente non innovativa. Molto buona invece la bonus track strumentale â€Thespian Drama†(una sorta di solo di tutti gli strumentisti), e la cover di Nick Cave â€Where the Wild Roses Growâ€, grazie anche alla consueta ugola di Khan.

Per concludere: molti recensori in giro per il web hanno gridato al capolavoro (assegnando voti stratosferici), con motivazioni che a me personalmente (e parlo da amante della band) sono parse prive di riscontro al momento dell’ascolto. Certo, parliamo di un album suonato alla perfezione, cantato molto bene e prodotto ancora meglio. Ma questo basta? Non credo. Alla fine dei conti, il percorso di continua innovazione ha portato i Kamelot a suonare un genere che si regge molto sull’apparenza e poco sulla sostanza. Un album composto a tavolino, certamente bene (a parte un paio di svarioni inconcludenti e alcune canzoni che sanno puramente di riempitivo), ma che ad un ascolto prolungato non regge il confronto con i predecessori (nemmeno con â€Ghost Operaâ€, a cui pure tanto deve in numerose soluzioni strutturali). Non voglio certamente dire che le ricercatezza e la raffinatezza del sound (cosa in cui questo album eccelle) siano dei limiti per una band in evoluzione; dico soltanto che, dopo aver ascoltato questo album, ho provato un senso di nostalgia per i lavori precedenti. E questo non è un limite: è un peccato.


"Tutto ciò che ho sempre voluto davvero
Era morire per te
Tra le braccia di qualcuno"

Voto: 68/100. Recensito da Ironman   il 16/09/2010

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