Opus Nocturne

Band
Anno
1995
Tracklist
L'immagine non è disponibile
Testi e traduzioni:
Materialized In Stone, The Sun Has Failed, On Untrodden Paths, Opus Nocturne
Recensione:
Voto:
100/100
Era il lontano 1995, e nelle glaciali lande di Scandinavia qualcosa, disperso da invernali aliti di vento e scolpito nel ghiaccio dell’acqua più incontaminata, prendeva lentamente forma nella funerea foschia della mediocrità dell’uomo. Era un guerriero senza volto, e si chiamava Black Metal. Il suo vessillo era “Morte”, le sue armi “Pestilenza” e “Distruzione”, il suo scudo “Carestia”. Altri in gran numero presero le armi, per combattere in suo nome, e lo seguirono in ogni battaglia, giurandogli fedeltà eterna. Nell’anno del signore che, come ho detto, correva, una legione devota alla nera fiamma combattè con più ardore delle altre: i Marduk.
Dopo questo inizio volutamente evocativo, dovuto al grande pathos che risveglia in me questo disco in quanto fu il primo di cui rapacemente mi impossessai, passo alla recensione vera e propria, che deve però necessariamente basarsi sul lungo preludio di poc’anzi per cercare, con un disperato e vano tentativo, di trasmutare in lettere melliflue la magnitudine del suo oggetto.
“Opus Nocturne”. Bastano due parole prive di senso, considerata l’erronea dicitura in lingua latina, per trasmettere, a chi ha avuto come me la fortuna di trovarsi tra le mani questa opera d’arte, uno sgradevole senso di gelido terrore. E’ la paura più pura, intensificata dalla indescrivibile beltà della copertina, dove in un’orgia di demoni e caproni che invocano l’anabasi del Dio dell’Abisso reggendo croci rovesciate con noncurante disinvoltura, il cielo viene oscurato da nembi oscure e dal sipario che sono le palpebre, poiché gli occhi non osano protrarre la contemplazione. Mi perdonerete se non sottoporrò questo album a una metodica e chirurgicamente precisa analisi traccia per traccia, che non gli renderebbe merito, preferendo a tale metodo un eccelso ripercorrere dei momenti a mio giudizio più intensi ed esaltanti.
Si inizia con una spettrale "The Appearance Of Spirits Of Darkness", e sono subito buio ed orrore a prevalere, ottenebrando i sensi con carezzevoli pretese di dominio, sapientemente messe in musica da un organo triste e malinconico; non passano che pochi istanti, eppure essi pesano come l’ignoto e l’eterno, elargendo a dismisura secolari emozioni sulle quali non si ha controllo alcuno. Non siamo che al principio, ma già ci si rende conto di aver intrapreso la via del non ritorno, la strada dell’affermazione alla vita, il cammino ancestrale verso la comprensione del “sè”.
E poi incubo e flagello. Questo è “Sulphour Souls”, prima vera e propria traccia di inaudita violenza, nel classico stile della scuola svedese. Un riff sublime, gelido e pestifero, viene emanato dalla marcescente chitarra di Hakansson, mentre linee di basso cupe e tombali, plasmate dalle quattro corde di B War, si fondono orrendamente perfette con i rintocchi incessanti imposti dalla batteria precisa e varia di Andersson. Impeccabile prova la sua, che dietro le pelli distrugge, annienta e polverizza la percezione sensibile, raggiungendo velocità sovrumane e giocando con il soffice sferragliare dei piatti. “Materialized In Stone”: niente di più vero, visto che al cospetto del gelo e della putrescenza che le prime tre canzoni effondono, si rimane pietrificati, tanto dalla paura quanto dallo sbalordimento che essa provoca inebriando i sensi. Un pezzo davvero magnifico; in cui, peraltro, emerge uno degli aspetti più singolari dell’intero disco. Se messo a confronto con le produzioni volutamente sporche e monocordi della scuola norvegese, questo capolavoro dei Marduk riesce a risultare gelido e maledettamente blasfemo anche con una registrazione superba e soprattutto con un suono incredibilmente pulito, specie quello della chitarra, che spesso si produce in parti solistiche dalla sfiancante bellezza sulla linea della base ritmica; il che avviene anche in quella traccia che, insieme a quelle nominate in precedenza, costituisce l’apice e la vetta del Black Metal: "Untrodden Paths (Wolves Part II)". Qui più che in altri segmenti del disco, monolitico nella sua perfezione, mi è imposto dal cuore di encomiare la prestazione del grandissimo cantante, Af Gravf, inferiore in nulla a Legion e a Mortuus, che pur sono suoi degni eredi. Infatti egli è maledetto poeta del verbo più tenebroso, urlatore di blasfemia, per mezzo di una voce mai scontata e capace di attestarsi sia su parti cupe e gutturali che sconfinano nella tecnica del growl, sia su uno scream canonico ma personale, empio ispiratore di nichilismo e timore. Sputa letteralmente le tonsille, e con esse l’odio e tutti i demoni dell’Inferno.
L’album trova la sua degna fine nella bellissima “The Sun Has Failed”, con una pioggia mansueta che cade impietosa dal cielo di Svezia. Un capolavoro assoluto, il migliore dei Marduk.
MarcoMetallo