Mulmets Viser

Anno
2010 (26 Marzo)
Tracklist
L'immagine non è disponibileRecensione:
Voto:
77/100
Molte luci e poche ombre. Così si potrebbe descrivere, in estrema sintesi, il nuovo album degli Svartsot: Mulmets Viser. Il dualismo tra il tipico stile della band danese e la monotonia e la piattezza di alcune canzoni, infatti, crea ancora una volta (la stessa cosa era avvenuta nel 2007 con Ravnenes Saga) una contrapposizione che suscita nell’ascoltatore sensazioni discordi, divise tra l’euforia e la disillusione. Per fortunà però, la prima componente continua ad essere prevalente.

Æthelred e Lokkevisen aprono bene l’Lp, presentandosi come due canzoni grintose ed accattivanti: se la prima trova le sue basi in un rigido schema stacco-ritornello, con il caratteristico flauto padrone assoluto della scena in fase di stacco, ma totalmente assente nel ritornello, la seconda si struttura sul binomio dato dal growl di Claus e dalle chitarre, più veloci ed incisive per l’occasione.

Havfruens Kvad cerca di cavalcare l’onda, riuscendoci in maniera abbastanza convincente: l’energia e la carica sono all’appuntamento, nonostante la scelta di dimenticare del tutto gli schemi preconfezionati, affidandosi solo al flauto e all’eccellente accompagnamento di tutti gli altri elementi sonori.

Le prime note dolenti arrivano con Højen På Glødende Pæle: nonostante la lunghezza non troppo elevata, infatti, la canzone è piatta e scialba, ed a tratti assomiglia pericolosamente ad una pedissequa copia di Skønne Møer (canzone clou di Ravnenes Saga), risultando noiosa dopo poco. Definire Højen På Glødende Pæle un flop completo sarebbe ingiusto, ma non si può non sottolineare come questa traccia sia una mezza delusione, soprattutto considerate le canzoni che la precedono.

Con På Odden Af Hans Hedenske Sværd si torna a sorridere: un inizio energico, esaltato da una buona prestazione vocale di Claus fa presto spazio ad un pezzo insieme allegro e grintoso, che scorre piacevolmente e non annoia mai, nonostante la sua condizione di secondo pezzo più lungo dell’intero CD.

In Laster Og Tarv torna prepotentemente in scena il flauto, e la chitarra va a ricoprire l’incarico di semplice accompagnamento, salvo tornare in primo piano durante alcuni stacchi più lenti, grazie all’assenza del flauto. Da notare poi i trenta secondi dopo il minuto 02.23, in cui le due componenti si amalgamano alla perfezione deliziando l’ascoltatore.

Den Svarte Sot è fin dall’inizio più lenta ed evocativa, grazie all’inizio condotto dalla chitarra acustica, ma poi si trasforma decisamente con l’ingresso della chitarra elettrica, che rende il ritmo più marziale e sostenuto. Il growl ancora una volta non delude, e l’unica nota che forse stona un po’ nel complesso, paradossalmente, è proprio il flauto: benché allieti e conferisca indubbia originalità a tutta la melodia, infatti, l’ascoltatore si ritrova spesso a pensare come sarebbe potuta risultare questa canzone senza di esso.

In Kromandens Datter e Grendel troviamo curiosamente rimandi allo stile di altre due band nordiche: se la prima, che vede il suo inizio reso vibrante dall’allegra melodia di chitarra acustica concretizzarsi in un pezzo dalle forti influenze power, ricorda molto gli Ensiferum dell’album omonimo, la seconda è quasi un tributo ai Finntroll di Nattfödd, con le sue ritimiche cupe e gravi, addolcite dalla sapiente aggiunta di elementi secondari. Saranno i rimandi alle altre band, sarà la loro indubbia originalità rispetto agli altri pezzi del lotto, fatto sta che queste due canzoni staccano del tutto rispetto a quelle che le hanno precedute, rendendosi degne di menzione speciale.

Jagten è una fusione tra Lokkevisen e Den Svarte Sot, parti più veloci dominate dalla chitarra si alternano a parti più cadenzate, arricchite dall’uso del flauto, fino ad arrivare al finale, in cui tutti gli elementi si uniscono per portare la traccia al termine.

L’album si chiude quindi con Lindisfarne e I Salens Varme Glød, due ottime canzoni che però pagano a caro prezzo l’inconveniente di essere state relegate nelle ultime posizioni: la loro comunque evidente qualità (si notino le chitarre dalle ritmiche quasi MDM in I Salens Varme Glød!) non può nascondere più di tanto il fatto che l’ascoltatore, arrivato a questo punto, è già stanco e stufo, e non può godersi appieno il finale dell’Lp.

Riassumendo, lo stile Svartsot è stato mantenuto più che degnamente, i loro elementi caratteristici continuano a far gioire i loro fan, l’unico aspetto negativo è forse un ormai ossessivo attaccamento a questo stile, che porta alcune canzoni ad essere banali e piatte. Mettendo in secondo piano questo difetto però, non si può non fare i complimenti a una band dal talento evidente, capace di riconfermarsi a tre anni di distanza, nonostante la non più giovane età.
Jojijo