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Sarà una terra magica. Sarà stata teatro delle riuonioni degli Asi. Sta di fatto che la Turingia (regione centro-orientale della Germania) in questi ultimi anni ha partorito tra le più interessanti realtà Pagan Metal in circolazione. Dopo i capostipiti Menhir, XIV Dark Centuries, Ordroerir (questi ultimi due progetti paralleli) ecc, ecco tornare i Gernotshagen che a cinque anni di distanza dal debutto Wintermythen, tornano con questo Märe aus wäldernen Hallen. Il combo tedesco ha fatto sua la lezione delle bands conterranee (Menhir in primis), ma rispetto a queste ha avuto il merito di elaborare in modo personale la loro proposta. Ruolo da protagoniste è riservato alle tastiere, le quali sprigionano atmosfere da film: più cupe e in certi frangenti molto più sinistre rispetto alle band sopracitate. A seguire le chitarre che sanno essere melodiose ed epiche nei momenti più lenti, gelide e taglienti in quelli più violenti. Ottima la prova vocale di D. Möller che si destreggia tra uno scream acido alternato ad un growl profondissimo, e le stupende clean vocals che sposano toni baritonali e solenni. I testi sono devoti alla tradizione e alla mitologia Germanica, che in Turingia trovano fertile terreno. Come descrivere allora a parole (impresa difficile!) questo viaggio tra antichi culti mai sopiti? Non potevano iniziare meglio i Nostri: l'omonima opener è un meraviglioso intro atmosferico dove solennità e orgoglio pagano si intrecciano in un continuo crescendo, con punte di drammaticità davvero commoventi, che tocca il suo apice con l'entrata rocciosa delle chitarre e l'innalzarsi di possenti cori. I toni non smorzano con la successiva “Der Alte Wald” che dopo un incipit carico di tensione, con cristallini inserti acustici, si lascia andare in una furente cavalcata che sfocia nell'indimenticabile chorsu, con la profonda voce di Möller sorretta dalla melodia nostalgica e solenne delle chitarre. Un urlo lacerante squarcia il cielo, accompagnato da un riffing heavy oriented che sfocia in una cadenza marziale: eccoci a "Dem Skirnir Zu Ehren", che si annovera tra i pezzi più tetri dell'album, acceso soltanto dai melodici assoli di chitarra che costellano il brano. La successiva "Widars Klagesturm" è quasi l'opposto della precedente: a partire dal sinfonico intro di tastiera, quasi celestiale, alle clean vocals d'apertura, si assesta su tonalità ancestrali, dimostrandosi uno dei picchi compositivi dell'album per il pathos che riesce a trasmettere. "Dragadhrond" mostra la perfetta sintesi di melodia e violenza, elementi principali che si alternano nel sound dei Gernotshagen, dal riffing secco e tagliente delle chitarre, agli evenescenti inserti di chitarra: un brano davvero particolare, che come il successivo intermezzo strumentale, "In Gedanken SchonWalküren Nah, riesce a suscitare immagini e a trasportarci in luoghi remoti e ormai scomparsi. L'idillio creato viene spezzato dall'incipit pugnace di "Schlachtensang Der Einherjer", un inno corale per i guerrieri di Odino che lo affiancheranno nel giorno del Ragnaroek. Un'aura fosca accompagna il furore indomito sprigionato dalle chitarre, in un brano che lascia un attimo di respiro solo nel sommesso intermezzo di tastiere, punto di forza per spezzare la monotonia che si andava leggermente insinuando: una composta solennità velata di inquietudine, come quella sprigionata dalla visione di una sterminata foresta di primo mattino, impregnata di foschia. L'incipit di "Vali" mi ricorda per un attimo i Menhir di Thuringia: ma l'epicità più solare di quest'ultimi viene ombrata dal mood tetro del synth, che in certi punti rasenta il symphonic Black Metal. "Skaid" sugella il termine di questo II capitolo dei Gernotshagen, un brano che ci lascia con oscuri presagi: la rimtica martellante e battagliera della chitarre, le tastiere ariose, ma a tratti soffocanti, lasciano intendere che la battaglia è tutt'altro che conclusa. E così lo è anche per i Gernotshagen: anche se il loro sound si scosta da quello delle altre band conterranee, devono continuare sulla loro strada, impegnandosi in una costante evoluzione che allo stesso tempo non deve snaturare il sound maestoso e sinistro. Ma la band è già a buon punto, componendo dei brani che (cosa insolita per il genere) si memorizzano molto lentamente, tenendo lontana la noia e il "già sentito" che capita spesso di trovare nelle band che fanno parte di questo filone.
Voto: 82/100. Recensito da BloodyMary il 16/01/2008 | Lascia un commento | Puoi commentare una band una sola volta! Per lasciare il tuo commento devi essere registrato! |
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