Death Magnetic

Anno
2008 (12 Settembre)
Tracklist
01. That Was Just Your Life
02. The End Of The Line
03. Broken, Beat & Scarred
04. The Day That Never Comes
05. All Nightmare Long
06. Cyanide
07. The Unforgiven III
08. The Judas Kiss
09. Suicide & Redemption
10. My Apocalypse


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Testi e traduzioni:
The Day That Never Comes
Recensione:
Voto:
70/100
Che i Metallica (perlomeno dagli anni 90 ad oggi) siano stati probabilmente il gruppo metal più chiacchierato, acclamato e rinnegato dai più non è certo un mistero per nessuno, essendo passati nella loro carriera dalle stelle alle stalle e resisi protagonisti di uscite capolavoro prima (Kill ‘Em All, Ride The Lightning, Master Of Puppets , …And Justice For All e, per alcuni, il tanto famigerato “Black Album”, da molti additato come l’inizio della fine) e di veri e propri bidoni negli anni successivi (da Load a St. Anger). Anche se tutto questo sa di ripetitivo e già sentito (o, per meglio dire, ascoltato), vista e considerata sia la pubblicità di cui Lars e soci hanno imbastito questa loro nuova ed ultima release (sei samples più un video pubblicati prima dell’uscita dell’album) che lo scontento che pervade i loro fan ormai da anni a questa parte è necessario, a mio avviso, fare il punto della situazione per capire il modo preciso in cui questo Death Magnetic si pone nella carriera dei Four Horsemen.

Anche se è teoricamente vero che al peggio non c’è mai fine, fare peggio di St. Anger era un’impresa impossibile persino per i Metallica che quindi, spinti probabilmente dalla volontà di riprendersi almeno in parte gli allori che un tempo giustamente li incoronavano, hanno preso in mano gli strumenti (dopo un’abbondante pausa di riflessione) per dimostrare che sono ancora in grado di non essere semplicemente l’ombra di loro stessi. E, con un mezzo sospiro di sollievo, posso dire che questa volta hanno quasi del tutto centrato l’obiettivo: la batteria di Lars ha riacquistato un suono normale (le padelle e i bidoni per fortuna sono stati eliminati), mentre il sound generale dell’album è molto simile a quello del Black Album e, nei frangenti più veloci e aggressivi, …And Justice For All; sono tornati gli assoli di Kirk e, fatto non di secondaria importanza, i riff sono finalmente tornati ad essere pesanti ed abbastanza veloci (niente a che vedere, per fortuna, con le ultime release) senza contare che la produzione dell’album è qualitativamente ottima (Rick Rubin, che molto merito ha in questa rinascita o pseudo-tale dei Metallica, è tutto fuorché un principiante, e gli Slayer ne sanno qualcosa). Ma non tutto è rose e fiori: la doppia cassa non è certamente più al livello di 20 anni fa (e, ammettiamolo, Lars non è mai stato un batterista eccezionale), il cantato di James è rimasto molto melodico e orecchiabile e poco o nulla ha ormai della furia che lo contraddistingueva negli anni d’oro (anche se tutto sommato se la cava più che bene); la prestazione di Trujillo, pur se in sé sufficiente, è abbastanza impalpabile e inoltre è più che evidente che l’album non è esente da qualche scopiazzatura dal passato (vuoi per qualche titolo, tipo l’ormai obsoleto “Unforgiven”, oppure per gli arpeggi del famigerato singolo “The Day That Never Comes” che tanto somiglia a quello di “Fade To Black”).

Passiamo ad un’analisi più dettagliata dell’album: le canzoni si attestano tutte su un livello qualitativo più che buono (specie se in confronto con un passato prossimo) e, nonostante qualche episodio poco ispirato, scorrono tutte abbastanza bene:

L’opener è “That Was Just Your Life” che, come da consueto, si apre con uno stacco melodico per poi approdare (dopo qualche blast beat) a numerosi cambi di tempo con tanto di assolo sul finire.

“The End Of The Line” si caratterizza da numerosi cambi di tempo (oltre che di un incedere abbastanza cadenzato) e di un assolo tra il quarto e il quinto minuto.

“Broken, Beat & Scarred” canzone in classico stile Metallica che risulta, a mio parere, una delle migliori del lotto.

“The Day That Never Comes”, una delle due ballate nonché promo rilasciato ufficialmente alla fine di Agosto (e da tempo suonata in sede live), canzone molto orecchiabile anche se l’arpeggio iniziale è stato palesemente copiato da quello della celeberrima “Fade To Black”.

“All Nightmare Long”, che si caratterizza dal ritornello molto catchy in essa contenuto.

“Cyanide”, altra canzone già da tempo eseguita in sede live, che si avvale di un rinnovato splendore grazie al missaggio di Rubin.

“The Unforgiven III”, seconda ballata dell’album dal titolo non molto originale (neanche a dirlo) con tematiche e sound simili alle omonime precedenti (anche se è da segnalare il pregevole intro di pianoforte).

“The Judas Kiss”, imperniata su un bel riff di chitarra pesante ma, purtroppo, non molto veloce.

“Suicide and Redemption” merita particolare attenzione, essendo sicuramente la traccia più sperimentale dell’album (e forse del gruppo), contrassegnata da numerose accelerazioni, stacchi melodici e assolo (nonché dall’assenza della voce di James).

“My Apocalypse”, traccia conclusiva dell’album oltre che sicuramente la più thrash di tutto il lotto per aggressività e velocità.

In conclusione: Death Magnetic di certo non convincerà in pieno i fan di vecchia data che si aspettavano (o, più correttamente, auspicavano) un totale ritorno al thrash metal dei capolavori; tuttavia (anche e soprattutto considerando l’infimo livello in cui si erano attestati da Load in poi) i Metallica con questo album hanno dato un segnale di fuoriuscita dal coma in cui, volontariamente o meno, erano venuti a trovarsi, ed a mio avviso lo hanno fatto molto bene, al massimo delle loro attuali possibilità. Quindi ritengo che, pur non essendo dello stesso calibro dei vecchi capolavori, questo Death Magnetic sia un esempio di ottimo metal, oltre ad essere la tanto sospirata conferma che, per fortuna, i Four Horsemen non sono soltanto i ricordi di un glorioso passato. O, perlomeno, non più.
Ironman