Iced Tears - CD Metal - Death Cult Armageddon
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Dimmu Borgir - Death Cult Armageddon (cd cover)
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Band:Dimmu Borgir
Disco:Death Cult Armageddon
Anno:2003
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Testi e Traduzioni Disponibili: Progenies of the great Apocalypse, Eradication Instincts Defined
A due anni di distanza dal tanto discusso “Puritanical Euphoric Misanthropia” ecco la nuova realase dei norvegesi Dimmu Borgir, gruppo icona del black metal sinfonico. Il nuovo lavoro porta il titolo di “Death Cult Armageddon” , un tentativo ben riuscito di riportare lo stile a sonorità più apprezzabili, più abituali. “Puritanical” infatti si è rivelato un album spiazzante che ha diviso il pubblico in due: chi lo ha apprezzato e chi lo ha odiato. Personalmente devo dire che quell’album mi è piaciuto anche se non moltissimo: l’inserimento massiccio dell’elettronica e l’overdose di filtri vocali mi hanno indubbiamente fatto storcere il naso. Un album coraggioso di un gruppo che con “Stormblast”, “Enthrone Darkness Triumphant” e “Spiritual Black Dimension” aveva già dimostrato tutto il suo potenziale e che ha osato provare qualcosa di nuovo, centrando parzialmente il bersaglio.
Registrato in Svezia da marzo a maggio 2003, “Death Cult Armaggedon” sancisce il ritorno dei Dimmu Borgir al sound da loro stessi creato, tutto ciò senza accantonare la svolta modernistica intrapresa nel precedente full-length, che viene comunque sostanziosamente ridotta.
Il gruppo si presenta con la seguente line up: Shagrath alla voce, Silenoz alla rhythm guitar, Galder alla lead guitar, Vortex al basso e alle clean-voices,Mustis al pianoforte e ai sintetizzatori, Barker alla batteria.
Il sestetto si avvale della “partecipazione” dell’Orchestra Filarmonica di Praga condotta da Adam Klemens.
La produzione curata dagli stessi Dimmu Borgir e da Fredrik Nordström è a dir poco monumentale: suono pulitissimo ,levigato che enfatizza perfettamente il lavoro del sestetto e dell’orchestra.
Finito con il lato tecnico passiamo a quello prettamente musicale l’album si presenta con una tracklist dove compaiono 11 brani(più eventualmente una cover dei Bathory a seconda dell’edizione che si ha in possesso)per una durata complessiva che supera i 63 minuti. Shagrath, descrivendo il concept sulla quale ruotano le lyrics ,oltre all’immancabile odio nei confronti della religione,focalizza l’attenzione soprattutto sull’autodistruzione dell’uomo operata tramite la guerra e le innumerevoli nefandezze a cui ormai da tempo siamo abituati.
Ascoltando questo platter si può notare subito l’ottima qualità della musica con un impeccabile lavoro in fase di arrangiamento e stesura dei brani. L’apporto aggiuntivo delle orchestrazioni rende molto melodica, groove e a tratti persino raffinata la proposta dei norvegesi. La produzione maestosa fa sì che ogni strumento possa essere tranquillamente sentito, persino il basso ,strumento che nel black metal molto spesso viene lasciato affogare.
Le 11 composizioni sono omogenee e tutte di ottimo livello e personalmente non saprei dare preferenze.
L’album si apre con “Allegiance” dall’incipit industriale e con un Barker subito in grande spolvero autore di un drumming senza sbavature e decisamente rapido. Presenti i giri di basso di Vortex mentre performante è la prova di Shagrath. Le chitarre si fanno sentire con qualche riff serrato ma sostanzialmente accompagnano la ritmica senza offuscare le orchestrazioni.
Segue “Progenies Of The Great Apocalypse” ,il brano più pubblicizzato del platter,dall’inizio dominato dall’accoppiata Barker/orchestra. Questo pezzo regala subito una sorpresa (personalmente molto gradita) dietro il microfono: le prime strofe ,infatti,vengono cantate dal mitico Abbath. Il suo caratteristico screaming “rauco” fa subito venire la nostalgia dato che giusto un anno prima(2002) con “Sons Of Northern Darkness” i suoi Immortal lasciavano la scena ed un vuoto nel panorama black ancor oggi incolmabile. Decisamente piacevole il duetto tra questi due grandi vocalist,da ritenersi tra i migliori dell’intera scena. Nel brano spuntano ogni tanto vocalizzi filtrati ; chi invece non ha bisogno di filtri è la voce pulita di Vortex, perfettamente inserita a metà brano.
L’affondo urlato di Shagrath sul finale,seguito da un macabro ronzio, ci porta a “Leper Among Us”,altro brano che mette in evidenza le qualità di Barker dietro le pelli. Si fanno sentire bene anche la coppia di asce Silenoz/Galder con una serie di riff precisi e chirurgicamente inseriti tra il muro della batteria e quello delle orchestrazioni.
“Vredesbyrd” fa tornare in mente i primi Dimmu Borgir,non tanto per le sonorità ma per l’utilizzo della lingua madre nel testo: l’ultima volta che il combo cantò in norvegese fu in “Stormblast”. Personalmente ho notato che alcuni giri di chitarra somigliano a quelli presenti in “Hybrid Stigmata” ,quarta traccia di “Puritanical”. Le orchestrazioni riescono a creare un alone epico che aggiunge qualità al brano, inoltre Galder può finalmente spolverare la sua lead guitar e regalarci il primo assolo dell’album.
Segue “For The World To Dictate Our Death”,altro buonissimo pezzo. Qui le orchestrazioni si fanno meno presenti che negli altri brani. Un pezzo che potrebbe far parlare di sé visto l’inserimento di alcuni frammenti di un discorso di Adolf Hitler: personalmente la cosa mi ha lasciato decisamente indifferente ma per qualcun altro può essere una scelta di cattivo gusto.
Se la ritmica dei brani fino a qui e rimasta abbastanza sostenuta, con “Blood Hunger Doctrine” .il pezzo più sperimentale dell’album, viene portata a tempi più cadenzati. Le vocals di Shagrath fanno come sempre il loro sporco lavoro mentre fortissima è la componente melodica grazie all’apporto di un orchestra ritornata in primissimo piano e padrona assoluta del brano.
“Allehelgens Død I Helveds Rike” riporta la ritmica su tempi più veloci e rivede Shagrath vomitare il suo odio in lingua madre. Un brano che vede il gradito ritorno di Vortex alle clean-voices come sempre efficaci,limpide e cristalline ed inoltre si fa nuovamente notare al basso.
“Cataclysm Children” riporta in primo piano il fondamentale lavoro di Mustis,in quest’album più concentrato sui sintetizzatori che sul piano. Ma è proprio quest’ultimo che irrompe finalmente sulla scena: spettacolare la frazione al quarto minuto e mezzo ,un orgia di sublimi melodie creata dall’accoppiata pianoforte/lead-guitar a rispolverare i bei tempi di “Spiritual Black Dimension”.
Sublime melodia che possiamo ritrovare nell’incipit piuttosto lungo di “Eradication Instincts Defined”, totalmente opera dell’orchestra di Praga. Brano dove le ultime sonorità moderne dei norvegesi,elettronica in primis, vengono sapientemente diluite con il trademark classico del combo: il risultato finale è decisamente apprezzabile.
Il morboso canto delle armi durante la guerra fanno da intro a “Unhortodox Manifesto”,penultimo brano del platter. Galder ancora una volta delizia i nostri timpani con un assolo al quarto minuto e mezzo: Astennu rimarrà unico ma Galder, pur non raggiungendo lo stesso livello del predecessore,lo sostituisce più che degnamente. La chiusura del brano è ,prima, opera sua,poi ritorna Mustis al piano. Solo alla fine vi accorgerete della notevole lunghezza di questo pezzo, quasi 9 minuti.
“Heavenly Perverse” chiude degnamente questo platter ed ancora una volta spunta fuori la “vocina” di Abbath,valore aggiunto che rende ancor più interessante questo brano.
In definitiva, “Death Cult Armaggedon” è un più di un passo in avanti rispetto a “Puritanical”. I Dimmu Borgir con quest’album si dimostrano molto abili nel progredire musicalmente senza ovviamente trascurare quanto di buono fatto in passato. “Death Cult” non é un capolavoro ma comunque un signor album che ci riconsegna una band che,a mio avviso,ha ancora molto da dire…La riedizione di “Stormblast” mi ha lasciato un po’ perplesso…nella speranza che il cash non droghi la mente di Shagrath,confido in un futuro ad alti livelli,le carte ci sono tutte…


Voto: 84/100. Recensito da Cadavere   il 01/10/2006

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