Damnati Ad Metalla

Anno
2010 (20 Marzo)
Tracklist
L'immagine non è disponibileRecensione:
Voto:
82/100
Dire che ci fosse attesa per questo secondo full-lenght dei Folk Stone è più che un eufemismo. I bergamaschi erano infatti chiamati a confermare il buon esordio di Folk Stone, datato 2008. Missione compiuta? Senza dubbio si: Damnati Ad Metalla non sfigura affatto rispetto al predecessore, e già questa non è cosa da poco. Ma andiamo con ordine:

Dopo Ol Bal di Oss, intro di quasi due minuti molto semplice ma non per questo noiosa, la prima canzone dell'album è Longobardìa, che si apre con una melodia di chitarra e arpa, cui si aggiungono ben presto la voce in clean di Lore e le cornamuse, a creare il consueto, ben realizzato mix che caratterizza la band nostrana. Da notare inoltre il coro a metà del pezzo, scelta che riesce a ravvivarlo e a farlo scorrere verso la fine in maniera molto sciolta e godibile. "Chi ben comincia è già a metà dell'opera" si suol dire, ed in questo caso l'affermazione è azzeccata, nonostante ci aspettino ancora undici canzoni.

Con Aufstand! la mente torna fortemente al primo album auto-intitolato, ed a canzoni come Alza Il Corno o Briganti Di Montagna, grazie al suo ritmo incalzante fin da subito. Le cornamuse la fanno da padrone sin dall'inizio, il cantato è ispirato, e la traccia si snoda piacevolmente. Il ritornello molto orecchiabile ed immediato è sicuramente il punto di forza di questo ottimo pezzo, peraltro uno dei migliori dell'intero Lp, e non si può non rimanerne soddisfatti.

La quarta chiamata è la più importante: le sonorità insolitamente epiche di Anime Dannate riescono a trascinare l'ascoltatore per tutti i quasi cinque minuti di durata della traccia, rendondola la hit per eccellenza dell'intero lotto. Una menzione speciale va riservata questa volta al perfetto uso del bouzouki, che riesce ad esaltare pienamente una canzone già ricca di molti spunti interessantie godibili. Il risultato finale è più che eccellente.

Capita spesso che dopo la hit arrivi un calo, e in effetti con Frerì capita proprio questo. Specifichiamo subito: definire questo pezzo un flop sarebbe impietoso ed ingiusto, ma bisogna evidenziare come esso non sia all'altezza di quelli che l'hanno preceduto. Un esempio calzante è l'arpa, che non aggiunge niente ad un ritornello non proprio travolgente, ma comunque la traccia si lascia ascoltare, ed un tiro su tredici che becca il palo, per usare una metafora calcistica, non sarà la fine del mondo.

La parentesi viene infatti subito chiusa da Un'Altra Volta Ancora: l'inizio energico ci fa subito sorridere, soprattutto grazie all'allegra melodia costruita dal tin whistle, che rimanda soprattutto al folk metal di scuola spagnola, Landevir su tutti. L'aggiunta finale la dà il solito vocione di Lore, e la canzone finisce in un amen e senza annoiare, grazie alla sua semplicità e alla sua linearità, senza contare anche il testo, un vero "delirio alcolico", per usare le stesse parole della band.

L'interludio Luppulus In Fabula resta impresso soprattutto (se non esclusivamente) grazie al titolo. Infatti, sebbene il pezzo non sia affatto carente sul piano qualitativo, esso viene decisamente penalizzato dall'eccessiva lunghezza, tanto che si è molto spesso tentati di usare il pulsante "avanti veloce" in maniera indiscriminata.

Seguono Terra Santa e Senza Certezze, canzoni in cui si ripresenta lo schema di Anime Dannate, seppur con qualche sensibile differenza, come il suono delle chitarre più marziale e cadenzato nella prima, e l'uso centellinato dell'arpa nella seconda. La struttura con intermezzi a fare da stacco al ritornello è la base primaria di questi due pezzi, che mantengono alta la qualità complessiva dell'album, pur non introducendo nuovi elementi di spicco.

Con Vortici Scuri si continua su quest'onda, e ci viene proposto un pezzo ben prodotto e suonato, in cui il cantato torna a farla da padrone, e le cornamuse si esprimono più che degnamente. Da notare la parte introduttiva con l'arpa in evidenza, che suona molto Ashen Light primo periodo.

Si arriva quindi a Nell'Alto Cadrò, brano eseguito con il baghèt, la tipica cornamusa bergamasca: il sound è raffinato, la buona prova all'arpa è evidente, e arrivati all'undicesima traccia stiamo già iniziando a gustarci una conclusione coi fiocchi...

...ed infatti, prima del finale Rocce Nere, c'è spazio per un'ultima perla: la cover di Angelo Branduardi Vanità Di Vanità è infatti realizzata alla perfezione, e trasmette un'energia e un'allegria incontrollabili. In aggiunta a tutto ciò, l'arpa sale pure di livello, passando da semplice accompagnamento a protagonista assoluta. Il risultato è davvero eccellente, e non ci si accorgerebbe nemmeno che una strofa della canzone è stata cambiata, se non si andasse a riascoltare l'originale.

Si chiude quindi così questo album, ed è tempo di bilanci: ci si aspettava un passo avanti rispetto a Folk Stone e così è stato, l'album è in generale molto ben costruito e realizzato, e nonostante qualche passetto a vuoto la continuità è sorprendente. Canzoni come Anime Dannate necessitano di qualche ascolto per essere apprezzate pienamente, e prendersi un po' di tempo per ascoltare e riascoltare Damnati Ad Metalla farà senza dubbio realizzare all'ascoltatore di non aver sbagliato a credere di nuovo nel potenziale della band nostrana. Bene così.
Jojijo