| Musica -> Gothic -> Cradle Of Filth -> Cruelty And The Beast Disco preferito da 73 utenti Per aggiungere ai preferiti devi eseguire il login.
Once Upon Atrocity (Instrumental) Compra CD, poster, merchandise e tanto altro... Cerca Cruelty And The Beast su ebayThirteen Autumns and a Widow Cruelty Brought Thee Orchids Beneath the Howling Stars Venus in Fear (Instrumental) Desire in Violent Overture The Twisted Nails of Faith Bathory Aria II. A Murder of Ravens in Fugue III. Eyes That Witnessed Madness Portrait of the Dead Countess (Instrumental) Lustmord and Wargasm (The Lick of Carnivorous Winds) Testi e Traduzioni Disponibili: Cruelty Brought Thee Orchids, Thirteen Autumns And A Widow, Beneath the Howling Stars Cradle Of Filth sono uno di quei gruppi che “si amano o si odianoâ€, o in alternativa si sceglie di ascoltarne i dischi e di farsi un’idea personale su una band che ha preso tanto quanto ha dato. Difatti sono svariati i dischi indicati come capolavori dai fan e dagli addetti ai lavori, e tra questi spicca sovente il nome di “Cruelty and The Beastâ€, il terzo full lenght della band Inglese che malgrado varie pecche si rivela comunque un lavoro di passaggio. Peccato davvero che il disco lasci la bocca asciutta, complice brani certamente lunghi e variegati, ma che sinceramente sembrano solo un lungo auto compiacimento, fatto di orchestrazioni esuberanti e maestose che sembrano però avere il compito di creare interesse in mid-tempos prolissi e noiosi, sovrastati da parti aggressive che non graffiano. Il disco poi ha la pretesa di essere il classico concept in stile Cradle, che guarda ai personaggi più tetri e malvagi della storia, questa volta toccando l’argomento della Contessa Bathory, donna su cui abbiamo già subito ampie delucidazioni da parte di svariati esponenti della scena black metal e non. Le prestazioni dei singoli sono fuori discussione, le linee vocali sono ben studiate, ma non sempre arrivano ad essere attraenti, il riffing di chitarra è molto spesso lento e di matrice gothic solitamente poco ispirato, sorvolando le seppur presenti accelerazioni in stile black melodico, che esclusi pochi casi particolari sembrano scarti del precedente e fantastico “Dusk And Her Embriceâ€. Una nota stonata è la batteria, suonata da un Nick Barker ispirato e coinvolgente, frenato però da un suono talmente pessimo che scommetto pure Lars Ulrich dei Metallica (uno che, come St. Anger ci ha insegnato, bisogna tenere lontano a tutti i costi dal mixer) avrebbe scartato a priori, rendendo zoppicanti le interessanti accelerazioni. Il disco gioca troppo su atmosfere vampiriche, che si distaccano da quelle più sofferte e funeree che ci avevano concesso nel precedente album, risultando spesso esagerato e privo di stimoli anche a causa di stacchi sinfonici perpetuati troppo a lungo dove non si riesce a capire dove la band voglia arrivare. Bisogna però ammettere che pur essendo il disco tutto sulla stessa linea senza sorprendere, qualche brano che si salva c’è, l’esempio lampante è la splendida “Cruelty Brought Thee Orchidsâ€, brano immenso e velenoso, interpretato alla grande e sempre pronto al passaggio giusto al momento giusto, suonato con una certa freschezza che permette di mantenere alta l’attenzione per tutta la sua consistente durata (7:18 per l’esattezza) e che si rivela l’unico brano che avrete voglia di riascoltare, tant’è vero che sto cominciando a pensare che sia questa traccia a essere la causa delle lodi gratuite che si possono udire su questo disco. Accanto ad essa però troviamo brani poco interessanti che scadono nel fallimento totale in poche battute, come la prolissa suite strumentale a nome “Bathory Ariaâ€, che vorrebbe essere una trovata colta (come testimonia il titolo), ma che dopo la intro di pianoforte fa solo iniziare una discesa verso la noia, stessa sorte tocca alla conclusiva “Lustmord and Wargasm†che vorrebbe essere tanto straziante e maledetta (e in realtà per il primo minuto ci riesce anche) ma che presto si butta su riff pseudo-aggressivi che non fanno del male a nessuno. Un’alzata di ciglia la merita senz’altro il corto passaggio strumentale a nome “Venus In Fear†costellato di urla femminil e gemiti di piacere, una trovata da vampiri maniaci nel pieno stile della band, che ormai sembra ridotta solo a questo. Tirando le somme un album del genere può solo interessare ai fan della band, per scadere nel ridicolo sotto gli occhi di altri, rivelandosi una prova di passaggio piuttosto da dimenticare. Voto: 56/100. Recensito da Tristan il Necrofilosofo il 09/09/2008 Altre recensioni di questo utente: “Cruelty and the Beast†rappresenta il quarto tassello (se consideriamo anche l’ep "VEmpire") ufficiale della discografia dei vampiri inglesi. È un concept album incentrato sulla figura, a dire il vero ormai fin troppo stereotipata, della Contessa Elisabeth di Bathory, la cui presenza si era già palesata con forza nel precedente “Dusk… and Her Embraceâ€. Comunque sia, il fatto che la tematica che funge da filo conduttore possa apparire ad oggi quasi come pacchiana, Dani & soci hanno il merito di interpretarla con la classe e l’originalità che un tempo loro si conveniva, sia dal punto di vista prettamente musicale che, soprattutto, da quello dei testi. Già nel precedente album la verve poetica dei vampiri inglesi si era prepotentemente posta alla ribalta, componendo testi che, pur trattando di tematiche alquanto “sconce†per i non addetti ai lavori (vampirismo, sodomia, necrofilia et similia), brillavano di una freschezza poetica di assoluto rilievo, grazie all’utilizzo di arcaicismi retorici dell’inglese antico, nonché della rima (e in tal senso, molto è dovuto al decadentismo inglese dell’ultimo ‘800); in questo “Cruelty and the Beast†non cambia né la forma né la sostanza, visto che le tematiche tanto care alla band vengono riproposte in modo linguisticamente eccelso. E per quanto concerne la parte prettamente musicale, invece? Ormai è risaputo, i Cradle of Filth sono una band che non conosce, in genere, mezze misure: o li si odia profondamente o li sia ama alla follìa (perlomeno fino a “Midianâ€). Fatta questa premessa, tanto superflua quanto necessaria, posso affermare che il sound di questo album è generato direttamente dai suoi due predecessori, in particolar modo da “VEmpireâ€: dovendo ricorrere ad un’etichetta (cosa alquanto pericolosa trattandosi di questa band), direi che “Cruelty And The Beast†è il primo tassello in cui il gothic diventa decisamente (se non del tutto) preminente nei confronti delle influenze derivate dal black metal tout court, influenze che erano decisamente evidenti all’esordio (“The Principle Of Evil Made Fleshâ€) ed erano rimaste percepibili nei successivi e già citati “Dusk…†e “V Empireâ€. In questo album invece di black metal comunemente inteso non v’è traccia. Si percepisce in ogni song qualche passaggio ferale tipico del suddetto genere, qualche accelerazione e qualche momento in cui i riff vengono ossessivamente ripetuti (tutti elementi di scuola norvegese): ma si sente chiaramente che la band ha sviluppato il suo sound molto oltre tutto questo. Le song sono tutte di durata medio/lunga, composte da riff mai banali e scontati e, soprattutto, in piccolo numero; lo stesso cantato di Dani Filth, che alterna scream lancinanti a growl di mutevoli profondità , oltrepassa la cattiveria e la pura e semplice violenza, rendendosi atto ad una interpretazione delle canzoni che più che cantato potrebbe definirsi recitazione. La batteria (suonata da un quanto mai eccellente Nicholas Barker, per me il miglior drummer che la band abbia mai avuto) è l’unico elemento che non si discosta troppo dagli stilemi caratterizzanti il metal estremo in generale, ma pur potendosi fregiare di tecnica a palate e notevoli cambi di tempo perde molto a causa della registrazione, che ne snatura il suono (soprattutto quello del rullante), rendendolo sì evidente all’udito ma dandogli anche la non piacevole caratteristica di rivelarsi fastidioso dopo un ascolto prolungato. Per farla breve ed evitare formule stucchevoli e ridondanti, questo è l’album in cui il suond dei Cradle acquisisce in via definitiva le caratteristiche che lo hanno reso peculiare: se in “Dusk…†(per me il loro capolavoro in senso stretto) già le composizioni erano molto orchestrate e complesse (ma non scevre da alcune reminescenze black derivate dal loro esordio), qui l’evoluzione è completa ed ultimata: non si può parlare più di black metal (del tutto, o quasi, assente) o di gothic metal in senso stretto (anche se il risultato è a questo molto vicino), ma da questo album in poi (altro emblematico esempio di ciò è il successivo (“Midianâ€) i Cradle of Filth, tanto per usare un’espressione di Dani, cominciano a suonare come i Cradle of Filth, ed ogni tentativo di dare un’etichetta generica al loro modo di suonare fallisce miseramente il suo compito. Trattandosi di un concept album, peraltro strutturato in ottima maniera, l’album deve essere ascoltato nelle sua interezza per essere compreso appieno in tutte le sue orchestrazioni. È questo, a mio avviso, il punto più ostico: le canzoni per la maggior parte non sono inferiori a 7 minuti, e se la band non vi ha mai entusiasmato più di tanto non è improbabile che vi venga la tentazione di premere il tasto “skip†del vostro lettore con l’intento di velocizzare il processo. D’altro canto, nessuna canzone è “brutta†nel senso comunemente inteso nel termine: certamente ci sono episodi più interessanti e coinvolgenti di altri, ma direi che l’album si mantiene su livelli elevati per tutta la sua corsa. Le composizioni migliori sono comunque, a mio avviso, il trittico iniziale (escludendo la lugubre opener “Once Upon Atrocityâ€) e la lunga suite “Bathory Ariaâ€, per certi versi simile alla canzone “A Gothic Romance…†del precedente "Dusk and Her Embrace" nella sua struttura, direi alquanto varia nei riff, nei cambi di tempo e negli intermezzi sinfonici, tutti di ottima fattura. In conclusione: come già espresso nelle relativa recensione, il capolavoro della band è, per il sottoscritto,“Dusk and Her Embraceâ€, soprattutto in favore di quella sfumatura black di cui è permeato e che qui risulta quasi del tutto assente; il punteggio che questo album riceve è dunque, per forza di cose, inferiore. Tuttavia, come già detto, a mio avviso quest’album è il conio perfetto del sound che da sempre caratterizza la band, e qui lo si ritrova nella sua forma più pura e incontaminata. Non posso considerarlo un capolavoro per le ragioni fin qui esposte (la prolissità data dalla lunghezza, qualche frangente poco ispirato e il sound non ottimale della batteria in sede di registrazione), ma certamente la classe non è acqua. E in questo album di classe ce n’è parecchia: abbastanza, comunque, da renderlo degno di un elogio dopo undici anni dalla sua uscita, un elogio che questo e non molti altri album meritano. E benché forse non lo si possa considerare un caposaldo del genere, “Cruelty and the Beast†possiede tanto oscuro fascino da poterne vendere. In abbondanza. “Ma Elisabeth rideva, tredici autunni erano trascorsi E lei era vedova di Dio e della sua collera, finalmente…†Voto: 84/100. Recensito da Ironman il 10/07/2009 Altre recensioni di questo utente:
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