Iced Tears - CD Metal - Brave New World
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Musica -> Heavy Metal -> Iron Maiden -> Brave New World
Iron Maiden - Brave New World (cd cover)
Disco preferito da 84 utenti
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Band:Iron Maiden
Disco:Brave New World
Anno:2000
Tracklist:
1. The Wicker Man (Smith/Harris/Dickinson)
2. Ghost Of The Navigator (Gers/Dickinson/Harris)
3. Brave New World (Murray/Harris/Dickinson)
4. Blood Brothers (Harris)
5. The Mercenary (Gers/Harris)
6. Dream Of Mirrors (Gers/Harris)
7. The Fallen Angel (Smith/Harris)
8. The Nomad (Murray/Harris)
9. Out Of The Silent Planet (Gers/Dickinson/Harris)
10. The Thin Line Between Love & Hate (Murray/Harris)
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Testi e Traduzioni Disponibili: The Wickerman, Brave New World, Blood Brothers, Ghost Of The Navigator



Il famoso disco della reunion, il dodicesimo della gloriosa discografia della Vergine di Ferro, segna un parziale e molto acclamato ritorno alle sonorità del passato (ovviamente rielaborate con gli standard moderni), dopo il mezzo passo falso di Virtual XI, album accusato dai fan di essere troppo monotono e poco riuscito nelle sperimentazioni. Come già accennato la line-up dei Maiden vede il ritorno dei due assi del passato, Dickinson e Smith, il primo andrà a sostituire un Bailey mai a suo completo agio nella band, il secondo invece va a rinforzare una sezione chitarristica già portentosa di suo, con i soliti Jers e Murray, ma nessuno dei tre si può dire abbia un sostanziale dominio sulle parti soliste. Il resto della sezione ritmica è affidato alle due colonne storiche dei Maiden, gli eterni Harris e McBrain rispettivamente al basso e alla batteria.

L’album parte con The Wicker Man, pezzo ispirato all’omonimo film horror in cui si narrano le truci vicende di alcuni isolani sperduti nel mare del nord, schiavi del loro credo religioso-mistico che li porta a compiere terribili efferatezze: il brano per conto suo poggia su un riff davvero trascinante e aggressivo, su cui si staglia lo strabiliante cantato di Dickinson, perfetto nell’alternare potenza e melodicità a toni abbastanza alti. Da rimarcare anche il fantastico assolo della ditta Jers-Murray-Smith, composto da più strati che si susseguono in fluidità. A questa primo pezzo da classifica segue Ghost of the Navigator, pezzo più variegato che inzia con un malinconico arpeggio, per poi passare ad una parte aggressiva e sostenuta da un vivace riff grattato: il cantato di Dickinson si fa sempre più eclettico e rarefatto mentre parla di misteriosi fantasmi che solcano i sette mari, per precedere un ponte e un ritornello aggressivi ma che non perdono neanche un briciolo di potenza, così come la parte centrale coronata da un brillante assolo. Il brano successivo, la title-track, è una composizione malinconica che alterna parti pulite ad altre più sostenute, anche se pecca nel ritornello troppo scarno e monotono (anche se di grande effetto musicalmente parlando), specie se paragonato al resto del testo, molto ricercato ed ispirato all’omonimo romanzo distopico di Huxley. A seguire troviamo una traccia che ricrea un’atmosfera molto triste, Blood Brothers, composta da parti arpeggiate (su cui si sente molto bene il grosso lavoro di Harris, il cui suono di basso è, lungo tutto l’arco dell’album, molto più “metallico†rispetto al passato) e a tratti accompagnate splendidamente da una coinvolgente sezione orchestrale, ad altre più sostenute nel volume, come nel maestoso ritornello, andando così a comporre una brano variegato nella sua malinconia e tristezza. Al quinto posto c’è The Mercenary, pezzo tra i più aggressivi ed epici dell’album, ma anche tra i più lineari e semplici, sia nella musica che nel cantato, in cui si narra lo stato di guerra perenne in cui si trova a vivere un guerriero mercenario. L’altra metà dell’album inizia con una traccia quasi-onirica, radicalmente diversa dalla precedente, Dream of Mirrors, il cui titolo è emblema di ciò che si esprime in musica: un pezzo lunghissimo, largamente composito di parti rilassate e arpeggiate, a cui si frappongono le pesantissime distorsioni del muro chitarristico maideniano, il tutto a sostenere un Dickinson più in forma che mai, per non tacere della sezione centrale del brano più rapida nella ritmica e negli efficaci assoli. A seguire troviamo un nuovo cambiamento di rotta con The Fallen Angel, un brano terremotante soprattutto grazie alla portentosa distorsione del basso di Harris, per non parlare poi della prestazione vocale di Dickinson che sembra davvero essere tornato ai livelli di gioventù con i suoi acuti mai banali. Il pezzo è perfetto nella sua economia per descrivere l’ansia che accompagna l’umanità durante la caduta dell’angelo luciferino sulla terra. A concludere troviamo i tre brani migliori del repertorio, a cominciare da The Nomad, lunga composizione che accompagna l’ascoltatore nei lontani retaggi dell’Est grazie alle melodie e al riff orientaleggiante: la parte centrale è un capolavoro d’inventiva di Harris, che crea una sublime atmosfera nostalgica con la tastiera, sempre coerentemente col resto della composizione, che ci trasporta al cospetto del misterioso nomade dai poteri magici cui fa riferimento il testo. Il finale del brano, in fade-out, è magistralmente collegato alla traccia seguente, Out of the Silent Planet, che narra della fine del mondo. All’introduzione pulita e melodica segue una sezione pesante e frammentata, che sembra riflettere lo sconquassamento che regna nel pianeta giunto alle sue ultime ore, per poi preseguire sulla scia di un ritornello molto trascinante e delle sue stesse armonie sostenute dai tre chitarristi in una trama perfettamente riuscita. Il finale è affidato alla strepitosa The Thin Line Between Love And Hate, pezzo che parla della fragilità della vita umana, composto da parti rallentate e pesanti, quasi doomeggianti, ed altre più sostenute e marcate, dove Dickinson esprime ancora una volta una prova vocale di tutto rispetto nella sua acutezza, per non parlare poi dello strepitoso accompagnamento armonico delle tre ascie nei ponti e nei ritornelli.

Conclusione perfetta per un album maestoso che vede il ritorno in grande stile dei membri storici dei Maiden, e la qualità del songwriting ne è la testimonianza più palese. Indubbiamente uno dei migliori dischi dalla loro carriera, anche se è possibile trovare un difetto nelle eccessive ripetizioni e nella scarnezza dei ritornelli. Quasi perfetto.



Will we ever know what the answer to life really is?
Can you really tell me what life is?
Maybe all the things that you know that are precious to you
Could be swept away by fate's own hand...




Voto: 95/100. Recensito da born to grind   il 14/01/2009

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