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A due anni di distanza dal sensazionale Still Life, album che conferì maggiore notorietà ad un gruppo allora semi-sconosciuto nonostante pubblicazioni di grande fattura, Blackwater Park rappresenta l'album della consacrazione per gli Opeth.
Registrato ai Fredman Studios, forti di una collaborazione con il leader dei Porcupine Tree, Steven Wilson, alla tastiera, la band sforna uno degli album migliori del 2001, e sicuramente tra i più cupi della loro carriera.
In Blackwater Park i momenti di "luce" sono quasi inesistenti: oscurità, turbamento, dolore, maliconia, disperazione. Sono questi i sentimenti espressi dalle note di questi quattro geni svedesi, racchiusi in un artwork inquietante ed enigmatico.
L'album non poteva iniziare meglio, con un brano lugubre e malato come "The Leper Affinity", che si muove su partiture in bilico tra il Death Metal e il Progressive, per poi incantaci con un nostalgico e melanconico intermezzo acustico, dove le meravigliose clean vocals di Akerfeldt e le chitarre acustiche, sembrano voler rivelare qualche arcano mistero seppellito nelle tenebre. Perversione e malvagità sostengono i concitati stacchi di batteria di "Bleak", mostrandoci un Martin Lopez in forma smagliante: il demoniaco growl di Mikael si intreccia agli arpeggi gelidi e sinistri delle chitarre, opponendosi diametralmente all'atmosfera sprigionata nel chorus, nella quale una struggente struttura ritmica sostiene le addolorate clean vocals. Da brividi anche qui, le parti più riflessive, che inglobano riffs di derivazione prog-fusion, memori delle sperimentazioni di Still Life in brani come "Moonlapse Vertigo". "Harvest" è una delle ballate più belle scritte dagli Opeth. Interamente acustica, trasmette le sensazioni più disparate: nostalgia di tempi migliori, l'irrimediabilità della perdita. una vita che non ha più senso, una profonda sensazione d'amarezza che toglie il respiro, permeata da un'aura vagamente "settantiana".
Ed eccoci a "The Drapery Falls", una delle perle dell'album e tra i brani più amati in assoluto della band. Le emozioni che scaturiscono dal riffing d'apertura, sono qualcosa di indescrivibile: è una disperazione cosmica, una tristezza mista a struggimento. Gli Opeth riescono con una cascata di note a risvegliare le esperienze più dolorose di ognuno di noi. Nella seconda parte del brano, più aggressiva e di matrice Death, invece subentrano prepotentemente la rabbia e il rancore.
"Dirge For November" ci regala altrettanto patire: la voce di Åkerfeldt, un lamento sordo che si perde nel nulla, accompagnato da un solo struggente e doloroso. Il momento più intenso di un brano che prosegue seguendo un riffing altrettanto "sofferto" che rasenta il "Depressive", per poi concludersi in un lungo momento strumentale (che definirei ambient-psichedelico) di chitarra e synth in sottofondo che potrebbe benissimo fungere da intermezzo intoduttivo al pezzo successivo.
Ed eccoci ad un altro gioiello di quest'album, "The Funeral Portait", che dopo un arpeggio ipnotico e "schizzato". si trasforma in uno dei pezzi più agressivi del lotto, forte di una sezione ritmica incalzante e concitata che coinvolge al primo ascolto, con Mikale che si cimenta in una delle sue migliori performance in growling. Per la complessità della struttura ritmica e il groviglio di melodie creato dalle chitarre, è il brano che ricorda maggiormente le atmosfere di Still Life.
In "Patterns In The Ivy", intermezzo strumetale, le chitarre di Lindgren e Åkerfeldt insieme al geniale Steven Wilson alle tastiere, riescono a ricreare l'atmosfera della quiete notturna, seppur velata d'inquietudine,.
Ed eccoci alla conclusiva "Blackwater Park", un brano alquanto eclettico, che dopo un incedere lento e asfissiante (di derivazione Stoner in certi frangenti), prosegue su un arpeggio, dietro al quale vengono intessute melodie psichdeliche inquietanti e malefiche, forti anche dei sussurri e dei lievi cori che emergono di tanto in tanto. E nel riprendere la sua letale marcia, si rivela la canzone più ferale e violenta del lotto, quella che più delle altre vede l'uso della doppia cassa e di solos e riffing che fanno partire letteralmente di testa, che riproposta in sede live coinvolgerebbe il pubblico in un Headbangin devastante. Vittoria delle tenebre, e del male nella sua forma più deprvata e pura, questo è l'epilogo sancito da "Blackwater Park", una delle migliori uscite degli Opeth, meno complesso ed eclettico del precedente Still Life, ma pur sempre in continua evoluzione. Nessun album è uguale al precedente nella loro discografia: speriamo che la loro vena sperimentale non smetta mai di fluire.
Voto: 88/100. Recensito da BloodyMary il 10/07/2007 | Lascia un commento | Puoi commentare una band una sola volta! Per lasciare il tuo commento devi essere registrato! |
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