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Già con questo secondo album, Av Norrøn Ætt, gli Helheim si pongono tra i gruppi principali della scena viking/black.Musicalmente Av Norrøn Ætt è un disco black (anche se offre alcuni passaggi di natura diversa del black, che rendono l’ utilizzo di questo termine in parte limitativo), e in questo sta sia la sua bellezza che la sua pecca. Le parti black contribuiscono a creare un sound davvero potente e terribile, ma non malefico come invece il black classico. Piuttosto questa caratteristica significa altro: serve a trasmettere all’ ascoltatore una sensazione di potenza, di solennità (ma anche di melanconia): e tal scopo gli Helheim producono partiture, passaggi epici che contribuiscono a personalizzare maggiormente il proprio stile.La pecca? A dire il vero non si tratta esattamente di una pecca. Piuttosto sarebbe meglio parlare di “rischio”: il rischio, che più volte affiora e si insinua nell’ ascoltatore, che queste sonorità black penalizzino il risultato finale, immettendo Av Norrøn Ætt nella schiera comprendente centinaia e centinaia di dischi black che soffrono di personalità scarsa o addirittura nulla. In realtà il rischio nel caso di Av Norrøn Ætt non è così elevato, tuttavia in diversi passaggi e in un paio di canzoni questo rischio si concretizza, rovinando parzialmente queste due composizioni (ovvero, Åpenbaringens Natt e De Eteriske Åndevesenes Skumringsdans), mentre negli altri casi l’ abilità degli Helheim consente loro di minimizzare la penalizzazione della fruibilità e del valore complessivo dei brani.Brani che viaggiano sempre su quest’ orlo, sempre impegnati a far convivere la furia da pura tempesta con soluzioni che brillino di luce propria.Come dicevo prima, sarebbe limitante, almeno in parte, definire Av Norrøn Ætt un disco propriamente black. Non solo per la presenza di passaggi e soluzioni che riescono complessivamente a diversificare la proposta. Altri elementi che raggiungono questo risultato sono un tono di eleganza nello stile e nelle composizioni che si riscontrano prima di tutto nella produzione (non certo ottimale, ma sicuramente abbastanza buona e migliore rispetto a molti altri dischi black; riesce a donare un che di cupo ai brani che non guasta affatto, ma che anzi conferisce a sua volta un lieve alone di mistero), e poi nella struttura e nello stile stesso delle canzoni, maggiormente elaborate e con arrangiamenti più complessi, che in certi passaggi ottengono risultati notevoli ed affascinanti. A livello tecnico/strumentale, l’ innesto della voce pulita (davvero solenne e tonante!) alternata allo scream (questo veramente terrificante!) è ottimo; pregevolissimo il lavoro di batteria e di basso, che si lancia in giri semplici, ma ben realizzati e collocati nelle parti in cui la chitarra non riesce ad esaltare.Buono anche l’ utilizzo di strumenti come pianoforte, violino e scacciapensieri, non molto sfruttati a dire il vero, limitati a pochi ma significativi passaggi; davvero ottima la prova della voce femminile, che ritorna per tutto l’ album arricchendolo sensibilmente.Un’ ultima considerazione che si riallaccia a quanto detto in precedenza. Nonostante il black sia il genere dominante, nonostante il carattere di furia da pura tempesta dell’ album, Av Norrøn Ætt non è un disco che annichilisce, che vuole annientare l’ ascoltatore. A livello di emozioni, la sua forza consiste nell’ avvolgerlo con un sottile manto di tristezza, di malinconia; farlo partecipe di questa sensazione che si prova quando, a distanza di tempo, ci si rende appieno conto di ciò che si aveva caro e che è stato sottratto con forza.
Sorprende l’ iniziale En Forgangen Tid: un intro dal sapore decadente giocato su pianoforte (composto dal batterista Hrymr, che così dimostra anche doti di valente pianista), violino e un breve e strozzato (davvero sembra che il cantante venga strozzato nel momento in cui pronuncia quelle parole) intermezzo vocalico all’ inizio del brano. Sul finire, entra la batteria, prima soffusa, poi sempre più evidente… un breve rullo e comincia Vinterdøden.
Forse gli Helheim hanno pensato all’ infuriare di una tempesta quando composero questa canzone: le sue varie fasi, l’ evoluzione di questo pezzo possono effettivamente essere paragonate ad una tempesta. Ecco così che irrompe un riff, tanto semplice quanto ammaliante, ipnotico ed epico – l’ ascoltatore ha l’ impressione di trovarsi sulla vetta di un monte a precipizio sul mare; è notte, minacciose nuvole nere all’ orizzonte… ad occhi chiusi, si assapora quella sensazione di resa e potenza che scaturisce dal trovarsi al cospetto al qualcosa di grandioso, terribile, incombente, eppure meraviglioso… dell’ Infinito. La batteria cresce – si alza il vento, e i capelli si fondono con esso – e al termine dei suoi pattern questo riff (che viene riproposto in quattro differenti modi) aumenta la velocità – saette si stagliano all’ orizzonte – ; per un pezzo viene suonato solo dalla chitarra, poi entrano basso e batteria, violentissimi e terribili – la tempesta prende consapevolezza di sé e reclama il suo diritto all’ esistenza -. Entra in gioco anche lo scream, davvero terribile (si prova, una sensazione di laceramento al suo udire, come se qualcosa stesse davvero lacerando la pelle e gli arti); in questa parte il basso gioca un ruolo fondamentale; esibisce un riff che spiazza nella sua semplicità, ascoltandolo sembra di stare sospesi nel vuoto in una dimensione oscura ed ignota.
Subentra poi un riff autenticamente black, che paga dazio, sia nella struttura che nel sound, ai Darkthrone di Panzerfaust – scroscia la pioggia -. Intervengono poi passaggi più lenti e riflessivi che si alternano a questo riff black – la pioggia concede tregua – che si evolve in un altro abbastanza simile.
Si chiude qua la prima parte della canzone, ma il ciclo si riprende immediatamente. Ma nella parte conclusiva la canzone sfodera un riff spaventoso – la forza della tempesta si fonde a tutti gli elementi e si lancia nella distruttrice carica finale – per poi stemperarsi lievemente, ma senza perdere un briciolo di furia.
Una canzone maestosa!
Su Fra Ginnunga-gap Til Evig Tid l’ alternanza fra scream, voce pulita e cantato femminile raggiunge vette notevoli. La cantante fa la sua comparsa all’ inizio e alla fine del brano. All’ inizio le sue linee vengono riproposte anche strumentalmente, tramite un passaggio che poi lascia spazio a riff che trasudano mestizia e dolore. Un sentimento di sofferenza, di struggimento, anche se velato, si impossessa delle partiture e delle sensazioni che essa veicola; riff che nella parte centrale vengono alternati ad una sezione che presenta un carattere più aggressivo. Ma il vero capolavoro di questa canzone è la parte finale: un riff che prima viene quasi “compresso” (volutamente), poi accompagnato, in progressione, dalla voce pulita e dalla cantante. Un riff sconvolgente, che trasuda epicità immane, ancor di più enfatizzato dalla batteria che cresce continuamente e poi dallo scream. Un crescendo da brividi!
Mørk, Evig Vinter comincia con un breve e misterioso arpeggio; è una canzone che mostra ancora il “marchio di fabbrica” Helheim, con riff che proseguono quell’ attitudine melanconica di prima. Gli Helheim qui mostrano come si possa creare un brano black efficace senza ricorrere alla carneficina di velocità perpetrata da molti colleghi gravitanti nell’ area black. Anche questa canzone, come Vinterdøden, presenta una struttura circolare, nel senso che i primi quattro riff vengono ripetuti, in due sezioni successive (si può notare la presenza del pianoforte in un passaggio, anche se si limita ad una funzione ritmica, in quanto suona semplicemente degli accordi). L’ arpeggio d’ apertura chiude questa struttura, ma non è la fine della canzone. Gli Helheim hanno in serbo un altro riff, all’ inizio ben supportato dalla batteria, che sfocia poi in un altro passaggio, altro capolavoro di epicità, che sorregge un breve quanto significativo assolo; e qui la sensazione di potenza quasi trascende i limiti imposti! (tale passaggio rimanda a quello, sempre conclusivo, di Left Hand Path degli Entombed).
Åpenbaringens Natt e De Eteriske Åndevesenes Skumringsdans sono, come suesposto, sono le canzoni che maggiormente soffrono di scarsa personalità. Tuttavia non sono affatto brutti componimenti, anzi abbastanza gradevoli. Vale però veramente la pena ascoltarle: Åpenbaringens Natt per un bel giro di basso (come su Fra Ginnunga-gap Til Evig Tid) e per l’ ennesimo, superlativo, struggente passaggio epico, al quale ci si abbandona con letizia per assaporarne la magnificenze e la potenza; De Eteriske Åndevesenes Skumringsdans invece per un bel lavoro di batteria e per gli ottimi intereventi della voce femminile, che danno risalto ad un brano altrimenti apprezzabile, ma non particolarmente incisivo e privo di reale mordente (come per la canzone precedente, e come invece riescono a fare benissimo i primi tre brani).
Per Av Norrøn Ætt si può fare forse lo stesso discorso di Vinterdøden. Se questa è stata forse concepita come se si dovesse riproporre una tempesta, la title – track è stata composta pensando invece, forse, ad un evento folkloristico, se non addirittura ad un rito tribale. Senza rinunciare alla furia e all’ aggressività, gli Helheim producono un brano, che certamente non è un capolavoro, ma è veramente lodevole, sia perché si tratta di un esperimento ben riuscito, sia per il pathos sprigionato. All’ inizio non sembra un brano particolare: un arpeggio, poi riproposto dalla chitarra elettrica, e la voce pulita, un intervento non epico, ma comunque ottimo. Poi interviene il violino, accompagnato dalla voce femminile: un’ autentica sorpresa! Sembra davvero un passaggio folk, ma senza melodie scanzonate, che vanno invece direttamente al cuore del “volk”, cioè del popolo e della sua anima.
Nella seconda parte, a questa sezione ne segue un’ altra, che presenta un’ attitudine tribale, come se fosse una specie di rito propiziatorio in onore di qualche divinità della natura. Qui l’ apporto di Hrymr è fondamentale, grazie alle sue percussioni e al modo in cui riesce a sfruttarle, per dare al pezzo (o almeno a questa parte) quest’ atmosfera tribale.
Av Norrøn Ætt è quindi un disco che si può suddividere in due parti: nella prima offre canzoni di qualità e gusto elevatissimi ed indiscutibili; nella seconda perde (in parte) mordente; definirlo “capolavoro” è probabilmente eccessivo, tuttavia si tratta sempre di un ottimo lavoro, forse tra i migliori (oltre che tra i primi) in ambito viking black, e pertanto acquisto necessario per tutti gli appassionati
Voto: 82/100. Recensito da Mythycal il 05/05/2007 Mythycal (N/D)

05-05-07 13:26 Voto: 9 | Leggasi la mia recensione.
Ma per i miei gusti è da 9 pieno!
Epico, solenne, trionfante, melanconico... bellissimo! ___________ Vendo cd di: Metallica (MOP), Death (Leprosy), Scum (Re-evolution), Dream Theater(Live at Marquee), Fifth Angel (Time will tell)
Chi interessato mi contatti per PM | | Status:Traduttore Località:Pesaro Sesso:Metallaro | Canarino (N/D)

05-05-07 18:11 Voto: 9 | Cristo che recensione .
Bellissimo disco,metto 8.5 solo per non ripagare la fatica di Mythycal nel scrivere la recensione ___________ SALVATE I PUFFI! GARGAMELLA LI STA ESTINGUENDO, DONATE 3 EURO ALLA S.I.P.A.A.L.R (SALVATE I PUFFI AND AFTER LET'S ROCK)... NON E' MOLTO; E RICORDA
SEI.....GAYYYYYYYYYYYYYYYY
P.S:More_Gore è astemio. | | Status:Utente Località:Roma Sesso:Metallaro | BloodyMary (N/D)
15-05-07 16:04 Voto: 9 | Non posso che concordare con quello che scrive Mythycal nella recensione
Starei solo a ripetere le sue parole, per descrivere un capolavoro che risulta tutt'oggi sconosciuto ai più... ___________ La morte sovrasta l'esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un'imminenza che sovrasta".
M. Heidegger | | Status:Traduttrice Località: Sesso:Metallara | Inside (N/D)

11-12-07 22:53 Voto: 10 | Per me, assieme a Thuringia dei Menhir, il miglior album viking di sempre! ___________ W DIO | | Status:Utente Località:Verona Sesso:Metallaro |
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