| Musica -> Heavy Metal -> Iron Maiden -> A Matter Of Life And Death Disco preferito da 35 utenti Per aggiungere ai preferiti devi eseguire il login.
1. Different Worlds Compra CD, poster, merchandise e tanto altro... Cerca A Matter Of Life And Death su ebay2. These Colours Don't Run 3. Brighter Than a Thousand Suns 4. The Pilgrim 5. The Longest Day 6. Out Of The Shadows 7. The Reincarnation Of Benjamin Breeg 8. For The Greater Good Of God 9. Lord Of Light 10. The Legacy Testi e Traduzioni Disponibili: Different World, These Colours Don´t Run "A matter of life and death" esce nei negozi di dischi il 28 agosto 2006 (negli U.S.A. il 5 settembre), tre anni dopo il più che convincente "Dance of death". "Non sarà il solito disco dei Maiden", ecco cosa intuii quando lessi le prime notizie sui titoli delle canzoni e sulla registrazione del disco. In effetti non mi sbagliavo, dato che la voglia di cambiare (in meglio) si sente, ed emerge generosamente da ogni angolo di questo cd. L'album, registrato e mixato a Londra, co-prodotto da Steve Harris e Kevin Shirley, si apre con la breve "Different world" (Smith/Harris), brano tipicamente heavy, ma con un'anima più moderna, più anni Novanta. Un qualcosa in stile Hammerfall (con le dovute proporzioni), per fare un esempio, ma con quegli attacchi di chitarra decisi, e la voce potente di Bruce che parlano chiaro: i Maiden vogliono fare scuola, ancora una volta. E così, quello che è stato designato come il secondo singolo estratto da questo cd, grazie al suo ritornello orecchiabile e alla durata di 4'20'', del tutto accessibile, ci introduce ad un platter che accessibile non è. "These colours don't run" (Smith/Harris/Dickinson), infatti, dura quasi sette minuti ed inizia a farci capire come la ricercatezza e la progressività siano le chiavi di lettura di questo disco. Qualche interessante cambio di tempo, grazie alla collaudatissima coppia Harris-McBrain e poi molto spazio alle tastiere, che simulano la presenza di un'orchestra. Assoli prima intricati e via via più melodiosi e un bel coro (in pieno stile "Brave new world") che ci conduce al ritornello, ancora molto easy-listening, che ricorda non poco i recenti lavori solisti di Dickinson. Anche "Brighter than a thousand suns" (Smith/Harris/Dickinson), che ha una durata di poco inferiore ai nove minuti, vede la voce del frontman in primissimo piano, e un effetto di fade-in all'inizio di ogni strofa davvero particolare e quasi inedito nell'heavy metal (molto usato però da gruppi thrash come i Sepultura). Nella parte centrale della canzone troviamo la cavalcata più veloce e coinvolgente dell'album e Nicko McBrain, a 52 anni suonati, sfoggia una grinta e una freschezza da ragazzaccio, come ai vecchi tempi. I continui cambi di tempo e di linee melodiche rendono questo brano un pezzo quasi prog-metal, dotato peraltro di un paio di assoli semplicemente straordinari. Arriva quindi al momento più opportuno "The pilgrim" (Gers/Harris), un brano più conciso e diretto, ricchissimo di intrecci melodici. Mancano quegli elementi prog che rendevano più complesse ed accattivanti le prime tre tracce, ma a guadagnare stavolta è l'energia. Finalmente un brano decisamente sopra la media, qui non si può proprio rimproverare niente... "The longest day" (Smith/Harris/Dickinson) è un brano per lunghi tratti sommesso ma carico di tensione, che da all'ascoltatore una piacevole sensazione di precarietà , continuamente in bilico tra l'esplosione di un ritornello e l'inizio di una nuova, plumbea, strofa. A dire il vero, la melodia non si lascia affatto ricordare, e il primo ed unico assolo arriva dopo un ottimo intermezzo strumentale, ma solo a due terzi della canzone. "Out of the shadows" (Dickinson/Harris) ricorda, per il cantato, per il genere, e per la struttura della canzone la famosa "Wasting love" (Dickinson/Gers), a metà strada tra la ballata e il classico singolo-hit orecchiabile. Anche le parti di lead guitar ricordano non poco il suddetto brano dell'album "Fear of the dark". In generale, una canzone non malvagia, ma poco originale. Forse non è stata una buona scelta inserirla in un disco che fa dell'innvoazione e del rinnovamento i suoi pilastri. "The reincarnation of Benjamin Breeg" (Murray/Harris) è il primo singolo di questo "A matter of life and death", coraggiosamente scelto nonostante i 7 minuti e mezzo di durata. Ad oggi, gli Irons non hanno ancora reso noto chi sia il personaggio protagonista di questa canzone. Per quanto concerne la parte prettamente musicale, i mid-tempo sono qualitativamente i peggiori tra quelli proposti dalla band in oltre un quarto di secolo di attività . Fortunatamente il resto della canzone, un po' monotona, gode di altri spunti interessanti che ne risollevano un po' le sorti. "For the greater good of God" (Harris), è l'unico brano di questo platter composto interamente da Steve Harris, ed è anche il più lungo (9'24''). Lo stile del buon Harris è ampiamente riconoscibile, e la qualità della canzone è ancora una volta indiscutibile. Un sound decisamente più secco e risoluto, specialmente nelle lunghe strofe, rende l'ottava traccia di "A matter of life and death" essenziale e priva di inutili "decorazioni", esaltandone tutta la sezione ritmica e la melodia del ritornello. Per molti aspetti, "For the greater good of God" ricorda "The sign of the cross" (Harris), uno dei primi brani della Vergine di Ferro con tendenze prog. "Lord of light" sfoggia finalmente un'intro degna della grande storia dei Maiden. Poi un riff tagliente come il vetro, e via con la canzone vera e propria. Un ritmo molto (anche troppo) cadenzato che, dopo il quarto minuto, lascia spazio ad un interessante mid-tempo, curatissimo nella qualità del suono. Ancora in crescendo verso gli assoli, a tratti con uno stile simile ai Pantera (scusate la bestemmia...). Comunque una scelta molto curiosa ed originale. "The legacy" è la canzone più bella, varia e sperimentale di questo cd. La durata è ancora una volta estenuante (9'20''), ma la proposta musicale che ci fanno gli Iron Maiden con questa traccia è davvero impossibile da rifiutare. Stavolta i nostri fanno anche un ampio utilizzo delle chitarre acustiche, e persino il prepotente ritorno delle tastiere calza a pennello, donando la giusta intensità al brano. Il ritornello è davvero curioso, e ricorda quasi un inno nazionale. C'è spazio per tutto e per tutti in questi dieci minuti scarsi di Heavy Metal di altissimo livello: riff precisi e stilisticamente perfetti, assoli ben intrecciati e curati in ogni dettaglio. Il basso di Harris torna a "spaccare" alla grande, e McBrain continua ad esaltarsi dietro le pelli. Sembra incredibile, ma sono già passati quasi 72 minuti e il disco, sul più bello, è finito. Nella prima parte ci siamo trovati davanti ad un album vario ed interessante, ma in buona parte privo nel necessario mordente per lasciare un ricordo degno degli Iron Maiden. La voce di Dickinson è un po' troppo seduta, spesso troppo attenta alla melodia a discapito dell'energia. In generale, manca quella marcia in più, uno spunto che faccia finalmente decollare il disco, dopo circa venti minuti di ascolto. La parte centrale dell'album non gode di un'ottima salute, ma bensì viaggia tra alti e bassi, senza tuttavia far storcere il naso. Le tastiere si fanno un po' da parte e lasciano McBrain ed Harris liberi di proporre le loro varie soluzioni ritmiche, peraltro suonate con precisione a dir poco chirurgica, e finalmente anche le chitarre si ritagliano una buona fetta di tempo, non tanto negli assoli (strano ma vero) quanto nei riff, mai così predominanti nella storia maideniana. La voce di Bruce sembra quindi adeguarsi in modo camaleontico alla stile della Vergine di Ferro, lasciando da parte quella sgradevole aria da "fricchettone" delle prime tre canzoni, forse più adatta ad un album da solista. Nelle ultime tre canzoni c'è la vera essenza del disco: una pura dimostrazione di abilità tecniche e capacità compositive, una straordinaria capacità di rinnovamento e di sperimentazione. Tutti bravissimi. A 26 anni dall'uscita del primo, omonimo, album, gli Iron Maiden dimostrano dunque di avere molto da dire, alla faccia di chi li dava per monotoni ed ormai spacciati oltre un decennio fa. Malgrado qualche traccia sotto la media, infatti, "A matter of life and death" scorre via in modo piacevole e lascia agli ascoltatori più attenti una innumerevole serie di spunti utili per il futuro, segno di longevità e spirito d'iniziativa. Il più grande difetto dell'album è però la mancanza di istintività (o, se preferite, l'eccesso di maturità ): viene a mancare quindi quel pizzico di "spirito selvaggio" (vedi "Killers") che avrebbe dato più slancio ad un disco progressivo, lungo e complesso, rendendolo forse più appetibile anche per i fedelissimi dei primi Iron Maiden. Comunque, una prova più che positiva. Voto: 70/100. Recensito da casizzolu il 13/09/2006 Altre recensioni di questo utente: Prima ancora di presentare questa terza co-produzione con Kevin Shirley,(famoso produttore discografico cha ha lavorato anche con Aerosmith, Rush, Dream Theater, Slayer ecc.)premetto subito che questo è un disco diverso , diverso dai canoni dettati dalla Vergine di Fero in tutti questi anni di onorata e impeccabile carriera; diciamo che in quest’ultimo album viene adottata una nuova linea sperimentale, dal retrogusto progressivo; quello che può notare subito l’ascoltatore anche senza ascoltare il cd, ma solamente osservandone il retro della custodia, è la durata dei brani, decisamente lunghi . Tutto sommato, questo punto non porta a dire assolutamente che i pezzi contenuti in “A matter of life and death†siano banali anzi, portano a pensare subito al coraggio di sperimentare una linea musicale diversa, scelta senza dubbio coraggiosa e da apprezzare (anche perché non è da tutti mettersi di nuovo in gioco al 14° album studio e 31 anni di heavy metal sulle spalle ). L’apertura del disco è affidata a “Different Worldâ€,un pezzo accompagnato dal basso in classico stile Harris, allegro nel tempo ma caratterizzato da un ritornello un po’ insolito per la “Maiden musicâ€, in quanto è leggero all’ascolto e atipicamente tranquillo. Molto sentimentale l’intro di “These Colours don’t Runâ€, che si inchina alle sfumature prodotte dal contrasto delle chitarre e dall’uso di tastiere da sottofondo, che ne risaltano l’emozione vocale espressa dall’inossidabile Bruce Dickinson … come sempre insostituibile. “Brighter Than a Thousand Suns “ con grande sorpresa non risulta molto entusiasmante ed ispirata ed i responsabili che accentuano il tutto sono la durata e la ripetitività del pezzo. Il quarto brano,“The Pilgrim†ha un inizio tranquillo, piacevole all’ascolto, orecchiabile e con sfumature chiaramente epiche (compreso l’assolo di chitarra), per poi sfociare nelle classiche cavalcate che hanno reso celebri i Maiden; indubbiamente una buona prestazione. “The longest day†è un pezzo in cui dalla voce di Dickinson si può dedurre l’atmosfera che descrive il testo, cioè la tensione dello sbarco in Normandia; pezzo impegnato ma dal ritornello un po’ scontato. “Out of the Shadowsâ€risulta leggermente pesante all’ascolto e la cosa che la rende tale è anche il fatto che nel brano, le tre chitarre a disposizione non vengono sfruttate al massimo: pezzo da non scartare, ma nulla di particolare. “The Reincarnation of Benjamin Breeg†è un pezzo che i primi 2 minuti propone atmosfere un po’ malinconiche, con accompagnamenti lenti di chitarre pulite e un Dickinson che canta quasi sussurrando, per poi aprirsi e distorcersi in un tono più marcato ed incisivo; a tratti può sembrare monotona ma è degna d’essere ascoltata più volte. Impeccabile brano è“For the greater good of Godâ€, scritto interamente da Harris, che si impegna nel migliore dei modi a proporre una song indiscutibilmente ricca del potenziale Maiden che tutti conoscono; struttura ottima e cambi di tempo interpretati nel migliore dei modi. Si nota facilmente, già dal primo ascolto, come Harris abbia voluto dare importanza a questo brano, valorizzandone ogni singolo secondo che passa. Molto toccante e commovente la timbrica vocale usata da Dickinson nella strofa iniziale lenta e carica d’emozione; dopo di ciò, i regimi si innalzano ad un crescente e martellante insieme di melodie prodotte dai musicisti e dalla ritmica potente ben pensata da McBrain; la più credibile e importante track di quest’album. La sinistra e originale“Lord of Lightâ€Ã¨ una song che si presenta in maniera cupa ed introversa; la parte in cui il pezzo si evolve al distorto risulta essere stata costruita con arrangiamenti heavy molto apprezzabili, che tengono in piedi il pezzo per tutta la sua durata. “The Legacy†è la più articolata e sperimentale dell’intero album. E’ costruita su una struttura chitarristica bilaterale: da un lato le chitarre acustiche a dall’altro in sovrapposizione a quest’ultime, le distorte. La seconda parte è caratterizzata da un approccio molto progressivo, con un risultato soddisfacente. La pecca da evidenziare è la durata dell’introduzione, un po’ pesante da digerire e che può annoiare l’ascoltatore molto prima che il brano sia giunto alla fine. Facendo una panoramica generale sull’intera esecuzione dell’album, si nota come le chitarre risultano taglienti e precise; la batteria di McBrain risulta più pungente e cattiva insieme alle linee di basso eseguite da Harris, che è come sempre indispensabile. Dickinson si mostra sempre carico di maestosità , cosa ormai comune nel singer, che conferma il suo posto nell’olimpo dei migliori cantanti della storia. Da citare i testi: davvero ispirati, ben strutturati e profondi: da tenere molto in considerazione. Si può affermare che l’ascolto di quest’album spiazza un po’ il tipico fan dei Maiden, in quanto non picchia duro e non presenta particolari taglienti come i dischi dei bei tempi passati anche se una cosa è certa, questo non porterà i discepoli a rinnegare la fede inossidabile verso una divinità intoccabile e di tutto rispetto come la Vergine di Ferro. Voto: 71/100. Recensito da InRockWeTrust il 30/01/2009 Altre recensioni di questo utente:
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