...And Justice For All

Anno
1988
Tracklist
1. - Blackened
2. - ..And Justice for All
3. - Eye of the Beholder
4. - One
5. - The Shortest Straw
6. - Harvester Of Sorrow
7. - The Frayed Ends Of Sanity
8. - To Live Is To Die
9. - Dyers Eve
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Testi e traduzioni:
To Live Is To Die, One, Blackened
Recensione:
Voto:
95/100
Degno successore di "Master of Puppets", “…And Justice for All” si presenta come un altro grande classico della discografia Metallica e del techno-thrash in generale, essendo l' album più complesso e strutturato dell' intera produzione dei Four Horsemen. Il drumming di Lars si fa decisamente più quadrato e fine, arricchito con ottimi stacchi di doppia cassa, i riff di James sono, se possibile, ancora più precisi e complessi, mentre i virtuosismi alla solista di Kirk non si contano. Un discorso a parte merita il basso del sostituto di Cliff Burton, ossia Jason Newsted. Sicuramente sarebbe stato di una potenza mostruosa, anche considerando il precedente Ep “Garage Days Revisited”, ma nell’ album si sente davvero poco, colpa di Lars che lo eliminò volutamente dal mix, una mossa apparentemente inspiegabile se non col clima di perpetuo disaccordo che regnava tra la band e il nuovo arrivato.
Ancora una volta però occorre rimarcare l’attenzione sulla copertina, una splendida illustrazione ritraente una statua della dea Giustizia ormai decaduta a causa dei vari vilipendii che le vengono rivolti dalla società in nome del dio denaro, immagine perfetta nel richiamare i forti sentimenti anti-sistema che James e soci vogliono esporre con l’album.
La prima traccia è l’ elegantissima “Blackened”, che inizia anch’ essa con una memorabile introduzione in overdrive che si leva dal nulla creando un melodico effetto di tensione, il quale sfocia ben presto in un serpeggiante riff abbastanza veloce guidato dal marziale ritmo della batteria: i ritmi rallentano mentre James canta con minuzia di particolari la fine dell’ abitabilità del pianeta a causa di una apocalittica guerra nucleare. La parte centrale è costituita da un motivo lento e ripetitivo che cerca di ricreare l’ atmosfera di desolazione, per poi lasciare spazio al fulminante assolo di Kirk. Successivamente troviamo la title-track, una lunghissima composizione di quasi 10 min. di durata composta da molte parti diverse ma perfettamente integrate tra loro, anche se i continui cambi di tempo la rendono un po’ dispersiva ai primi ascolti, nonostante vanti un testo molto curato e realistico, vero e proprio capo d’ accusa alla corruzione che regna sovrana nelle istituzioni. La terza traccia è la terremotante “Eye of the Beholder”, costruita su un riff grattato molto coinvolgente (egregiamente accompagnato dalla doppia cassa), altro pezzo cupo che aggiunge un forte senso di disagio all’atmosfera dell’album, anche grazie alle liriche sempre brillanti di James che richiamano il clima di oppressione che la società impone sempre più sulla gente. A questo punto però, arriva quello che è sicuramente il brano più ricordato dell’album, la semplicemente splendida “One”, semi-ballad ancora più complessa delle altre due presenti su Ride e Master. Ispirata dal film “…E Jhonny prese il fucile”, è il racconto triste e disperato di un soldato atrocemente mutilato in guerra, completamente isolato dal mondo esterno (è questo, più che il pacifismo, il tema che ha voluto trattare James) dato che ha perso, per colpa di una mina, gambe, braccia, parte del viso, vista, udito e parola. In breve, il ragazzo è ormai solo un corpo (“one” per l’appunto) che (soprav)vive senza poter fare nient’ altro, se non rendersi conto della sua disperata condizione, e chiedere con commovente ostinazione di porre fine alla sua agonia. Tutto questo si svolge nella parte arpeggiata del brano, che vanta anche un funebre assolo di Kirk senza overdrive, ma, verso la metà, si cambia decisamente direzione con un ossessionante riff in semicroma preciso e stoppato al millisecondo (ancora una volta accompagnato ottimamente dalla doppia cassa) che lascia pian piano spazio alla violentissima conclusione, non prima però di lasciarci due perle d’assoli (il primo, di Kirk, è decisamente fenomenale, e occuperà le classifiche dei migliori soli della storia metal per diversi anni fino ai giorni nostri). Dopo questo immortale capolavoro, la traccia successiva ci parrà inevitabilmente inferiore, anche se, pur non essendo un classico, resta comunque un ottimo brano: sto parlando dell’intricata “The Shortest Straw”, altro pezzo che, come “Eye of the Beholder”, ci porta in un’atmosfera cupa e desolata frutto del clima da “caccia alle streghe” che la società-regime impone con sempre maggior radicalità alle persone, il tutto accompagnato da una ritmica marziale e coinvolgente. Al sesto posto, troviamo un brano molto strano, nonché lento e inquietante, “Harvester of Sorrow”, che col suo andamento strascinante è ottima nel parlare di dolore e sofferenza morale (con ovvio riferimento alla tormentata infanzia di James) ed è sicuramente, insieme a “Blackened”, il pezzo più cupo del disco. La traccia successiva è “The Freyed Ends of Sanity”, un brano decisamente originale che parla, guardacaso, di pazzia, schizofrenia e manie di persecuzione assortite, c’è n’è per tutti i gusti, insomma. Di grosso effetto è l’introduzione, costituita da un profondo coro che accompagna un ottimo riff massiccio, che nella seconda parte diventa molto più rapido, anche se il brano non è certo una bomba in velocità, anzi, ma ciò non toglie che non sia comunque di grande impatto. A questo punto, bisogna solo inchinarsi di fronte alla maestosità di una strumentale (anche se vi vengono recitate delle frasi) quale “To Live Is to Die”, composta da James & soci in onore del bassista scomparso Cliff Burton, utilizzando alcuni riff che quest’ultimo aveva composto quando era in vita. Musicalmente parlando, è costituita da una malinconica schitarrata acustica che entra in dissolvenza, che presto lascia spazio ai pesanti riff a cui mi riferivo e a dei disperati soli di Kirk che si frappongono qua e là. Verso la metà, inizia una parte davvero toccante perfetta nell’esprimere la tristezza infinita che la perdita di Cliff ha suscitato. L’ arpeggio sofferto si accompagna a diverse armonie che si sovrappongono, creando un’atmosfera assolutamente mozzafiato, prima di lasciar spazio alla desolazione che accompagna una citazione di Cliff recitata decadentemente da James. Dopo il ritorno della schitarrata iniziale che chiude il brano, inizia di botto quella che possiamo considerare come la traccia più veloce mai registrata dai Metallica, ossia la furiosa “Dyers Eve”. La potenza convulsa del riff ultra-veloce e affilatissimo di James è ottimamente accompagnata dalle devastanti rullate di Lars, molto precise e varie, ma anche dal veloce e complesso solo di Kirk. Il testo è uno sproloquio di James nei confronti dei genitori, cui rinfaccia di averlo ricacciato e lasciato in un vero e proprio inferno qual’ è l’esistenza. Questa è la prova finale della superba fattura dei testi di quest’album, molto ricercati e toccanti.
Termina con questa forte ondata di odio questo capolavoro, di sicuro il più complesso che i Four Horsemen ci abbiano consegnato, ma ahimè, anche l’ultimo del periodo “Thrash” della band, a cui non posso mettere il massimo dei voti sia per la questione del basso “omesso”, diciamo, che ne ha indubbiamente sminuito il valore, sia per la tendenza dei musicisti a “rilassarsi un po’”, frenando i ritmi, e il solo episodio finale non basta a smentire il discorso, che purtroppo andrà acutizzandosi a breve portando all’ inizio della fine….
born to grind