Iced Tears - Metal Forum - Fiabe Popolari Italiane & Folklore - 2
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AutoreMessaggio
Lasher (N/D)


29-11-07
20:48
Come da noi ci sono le ragazze con i piedi caprini, che avevo postato sul topic "il piccolo popolo" lo riporto anche qui:

Le strìe dei Cap dé Tésa (Cevo - Brescia)
A Cevo (Brescia), nell’area a ovest del Molinello, troviamo una serie di pianori chiamati Cap de Tesa. Si racconta che in Tesa maturasse anche il frumento, ma una notte di luna piena si siano radunate delle belle fanciulle. Si trovavano a far baldoria e a ballare alla luce di un grande fuoco, per incontrare un signore, con le corna e con la coda, che si presentava intorno alla mezzanotte. I ragazzi del paese avevano paura dei versi che sentivano e gli uomini non sapevano più cosa fare. Questo capitava tutti i mesi, a luna piena, ma una bella notte del mese di novembre, un uomo andò a S.Sisto e iniziò a suonare la campana della chiesa. Le belle fanciulle che ballavano, ebbre, smisero improvvisamente e corsero verso il fuoco, dove le aspettava il signore, ma arrivarono tardi, piene di botte e di tagli. Il signore nel vedere come erano ridotte non le volle più con sé, trasformò i loro piedi in zampe di capra e le imbalsamò al Dòsol. Dopo d’allora, tutti i mesi, viene suonata la campana di S.Sisto. Non si è più sentito nulla. In Tesa i campi sono diventati fertili e producono anche il frumento. La leggenda, trasferita da Giùanù (Giovanni Matti) a Lorenzo Cervelli, è di grande interesse, in quanto, depurata dalla interpretazione cristiana, ci parla di antichi riti che si svolgevano in Tesa, la piana nei pressi della Strøta, la porta di accesso al Molinello, nelle notti di luna piena, con danze frenetiche e con l’assunzione di bevande inebrianti, davanti ad un grande fuoco. La danza, il cui ritmo frenetico, accompagnato dall’assunzione di bevande inebrianti, produceva stati di coscienza alterata, consentiva, come avviene ancora oggi in molte ritualità sciamaniche, di traguardare oltre la nostra dimensione, per accedere ad altri mondi …. all’altro mondo; quel mondo parallelo, il Sidhe, al quale i Celti credevano come ad una realtà concreta. Chi era il signore? Non un’entità, ma, oggi diremmo, il Sé superiore di ognuno dei partecipanti, la proiezione dell’inconscio collettivo della tribù, quel dio Lug, detto il luminoso, che appunto viene rappresentato con le corna (il kernunnos, il sacro cervo). Lug, che molti studiosi associano a Mercurio (Hermes) è, dunque, l’equivalente del Thoth egizio, ossia il messaggero degli Dèi, il signore delle misure e della conoscenza e, quindi, colui che governa la nostra realtà: la dimensione spazio-temporale, ossia il misurabile, il mondo delle forme. Per i Celti questo mondo umano è finito, misurabile e misurato. L’altro mondo, il Sidhe, è l’immutabile presente della realtà, dove io sono stato equivale a io sono e a io sarò. Incontrare Thoth-Lug-Hermes-Mercurio significa, dunque, acquisire conoscenza ed è quanto facevano quelle sacerdotesse di un tempo, trasformate in streghe dal cristianesimo e pertanto malridotte (ecco le botte e i tagli), ormai incapaci di accedere all’altra dimensione e, pertanto, imbalsamate, pietrificate dallo stesso Signore della conoscenza, perché il loro sapere non venisse usato da chi non ne era degno. Pietrificate, non eliminate, come la loro cultura, che non appartiene più al quotidiano, perché non la sappiamo comprendere e che, tuttavia, è scritta nelle pietre, raccontata nelle leggende, vivente nei simboli. La pietrificazione, suggerisce Marie Louise Von Franz,[1] è la perdita del rapporto con l’inconscio collettivo. Tocca a noi togliere le bende, svelare, aprire nuovamente gli occhi e vedere; ricollegarci con l’inconscio collettivo.Il Signore cornuto è associato da Massimo Centini[2] al “Cernunno: ampiamente presente nella mitologia nordica e chiamato anche “Signore degli animali”. In rapporto con questa divinità è la “danza delle corna” di Abbots Bromley (Staffordshire), che è parte della festa del fuoco di origine prescristiana, dedicata al dio sole Lug…”. Il Cernunno, è ben presente nella tradizione camuna. La leggenda ci riporta alla mente i riti dionisiaci, che per secoli hanno resistito alla cristianizzazione, spesso imposta con il ferro e con il fuoco. “Le cerimonie – scrive in proposito Mircea Eliade - si svolgevano di notte, in montagna, al lume delle torce. Una musica selvaggia (suoni di trombe di bronzo, di cimbali e di flauti) incitava i fedeli alle grida e alla danza in circolo, scatenata e vorticosa. Per lo più erano donne che si aggiravano in queste danze vorticose, fino a sfinirsi; erano cammuffate stranamente: indossavano delle bassare, lunghe vesti fluttuanti, forse pelli di volpe; sulle vesti, pelli di capriolo; sul capo le corna”.[3] Il motivo delle danze notturne si ritrova anche nei racconti di fate e “se veramente queste forme di narrazione possono essere considerate il resto di sopravvivenze pagane, allora è abbastanza evidente che le fate sono in realtà un simbolo della religiosità pagana in lotta contro l’inarrestabile avanzata del crstianesimo. Inoltre, nonostante tutto, la fiaba continua a conservare un carattere tipicamente pagano …”.[4] “Alcuni studiosi ritengono – scrive Laura Rangoni – che le fate siano una proiezione fantastica delle druidesse …. Le tante grotte delle fate del folklore tenderebbero quindi ad essere una reminiscenza mai estinta dei luoghi nei quali i Celti avevano posto le loro divinità femminili. In questi luoghi, secondo la tradizione romantica, i druidi invocavano le loro sacre dee alla luce della luna. Un’antica memoria del cerchio magico dei druidi si può ad esempio rintracciare nei cerchi delle fate: i famosi anelli segnati sul terreno e che le leggende riconoscono essere le tracce delle mitiche creature che danzavano in tondo in occasione delle loro feste notturne”.[5]Una versione diversa della stessa leggenda, maggiormente connotata dall’interpretazione cristiana, la troviamo nella narrazione di Daniela Rossi, dal titolo: “Le struitine de san Sist”. “Il ragazzo era molto emozionato: era la prima volta che scendeva con la mandria in Bresciana, per trascorrervi l'inverno. Si partiva per il lungo viaggio quando era ancora buio, dopo aver mangiato polenta abbrustolita e latte fresco. Ci volevano cinque o sei giorni per attraversare la Valle Camonica: il primo giorno, "stal dela Sciàniga"; il secondo, "Stal dela Culumbera"; la terza fermata, "stal de El"; infine, "Stal de Isé", per proseguire verso la pianura. Le mucche, in autunno, erano stanche e magre e faticavano assai a percorrere un buon centinaio di chilometri, ma era consuetudine, in Valsaviore, transumare dopo la Madonna di settembre. Anche lui risentiva delle fatiche della fienagione estiva, ma era forte, molto forte, come suo padre, sua madre ed i suoi dieci fratelli. Si stava facendo sera ed in lontananza scorse un lume, appeso all'esterno di una locanda. Pensò di entrare per gustarsi un bicchiere di vino e quando entrò rimase sorpreso, vedendo che vi erano solo ragazze, anzi, bellissime ragazze. "Buonasera, giovane...entrate, siete il benvenuto!". Il ragazzo sedette, timido, su uno sgabello di legno. "Da dove venite?" interrogò una di esse. "Dalla Valsaviore", fu la risposta. Le fanciulle presero a ridere e ad ammiccare tra loro:"Certo, la Valsaviore: sapeste quante botte abbiamo preso lì!". "Botte? E chi mai fu ad oltraggiare anime tanto gentili?". "Oh, non furon cristiani, ma le campane di San Sisto". Il giovane rimase sbigottito davanti ad un'affermazione tanto strana:"Le campane di San Sisto? A mia memoria non hanno mai fatto male a nessuno!". Le ragazze risero ancora, ma questa volta il loro viso si deformò in un ghigno sinistro:"Quando veniamo a far festa nel prato delle Tese con i nostri amici diavoli, il baccano disturba i Cevesi che per mandarci via suonano le campane a distesa. Sapessi che male fanno! E' come se il nostro corpo fosse percosso da fruste sottili e da bastoni nodosi e ci dobbiamo allontanare al più presto per avere requie!". Streghe...erano delle streghe! I suoi occhi caddero sui loro piedi, che prima erano nascosti dalle lunghe vesti ed ora invece poteva scorgere in tutta la loro mostruosità: piedi di capra. Fece per scappare, ma le streghe si avventarono su di lui, trascinandolo per i capelli in un tetro sabba di morte”.[6]Enrichetta Gozzi racconta che i Cevesi si recavano nella Bassa bresciana per scambiare castagne e patate con altri generi alimentari. “A volte – dice Enrichetta Gozzi – a qualcuno capitava di incontrare una donna “svergolata”[7] e alla domanda di che cosa le fosse capitato questa rispondeva: “Sono state le cagnine de San Sist. Loro suonavano e noi prendevamo le bastonate”. Quei Cevesi avevano incontrato una strega. Si dice che le streghe, quando suonavano le campane di San Sisto, impazzissero e si picchiassero tra loro”. A queste leggende si connette quella delle signorine con i piedi di capra, ossia le fate, le Diale (componenti del Piccolo popolo fatato): femmine bellissime con i piedi caprini che popolano l’arco alpino, assumendo, di zona in zona, caratteristiche leggermente diverse. Dimorano nelle grotte e, essendo di natura benevola, aiutano spesso uomini e animali. Qui è necessaria una breve digressione sul Piccolo popolo fatato, denominazione che racchiude i vari esseri ultramondani che troviamo nella tradizione celtica, in quella norrena e in molte altre tradizioni del mondo, con nomi e caratteristiche diverse, ma con un evidente carattere comune: essere la rinominazione mitica e fiabesca delle antiche divinità connesse con la religione naturalistica del Neolitico. Nell’inconscio collettivo europeo queste divinità naturali sono ben presenti ed è per questo motivo che la loro evocazione, anche sotto le vesti di esseri della fiaba (gnomi, elfi, fate, ondine, nani, ecc.) risuonano nella mente e suscitano emozioni[8]. In particolare è interessante notare che in ambito celtico (soprattutto irlandese), il Piccolo popolo fatato è il Popolo della Dèa Dana, i Tuatha dé Danann: un popolo preindoeuropeo, che con l’arrivo degli Indoeuropei, nel terzo millennio avanti Cristo, si è spostato nel Sidhe, ossia in una dimensione paralella, nell’Aldilà druidico
Status:Utente  Località:Brescia  Sesso:Metallaro  Età:26
sekhmet warriorwitch (N/D)


29-11-07
21:03
Miiinchia Lasher!! Mi hai battuta!!O_O E hai pure parlato del mio amato dio cornuto, Cerunno, e della stirpe divina dei Celti, i Tuatha dé Danann!!:love:
Complimenti!!:mrgreen:
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Fottetevi
Status:Utente  Località:Udine  Sesso:Metallara  Età:21
sekhmet warriorwitch (N/D)


05-01-08
15:19
Questa è una filastrocca della Val Canale che parla della Mari Da Gnot (la Madre della Notte) di cui ho parlato in post precedente:
Din Don
Campanon,
Lis cjampanis di Vençon,
Cui lu dîs
La surîs,
Cui lu vai
Il lacai,
Cui lu puarte sot
La Mari da la Gnot!

Sempre in questa zona, proprio nel sentiero dietro la mia casetta, si guadano diversi corsi d'acqua, vicino ad essi si trovano sempre piccoli santuari con delle madonne; la mia bis nonna raccontava che quando si passava in prossimità delle madonne, bisognava fare un segno di scongiuro contro le agane (post precedente): consiste nel tenere il pugno chiuso con il pollice infilato tra il medio e l'indice, che sporge dal pugno....io sinceramente so che questo segno di scongiuro è tipico solo in Friuli....qualcun'altro lo ha visto in altre zone?

Una tradizione importante della Carnia è quella de Las Cidules (rotelle infuocate): è una tradizione di origine Celtica che consiste nell'infuocare dischi di legno e lanciarli in aria. Nel Canal del Ferro, a Chiusaforte più precisamente, le chiamano Lis Schialetis, hanno una forma più quadrata e si lanciano in maniera diverso, di solito le lanciano in giugno.
Anche la tradizione epifanica del Pignarûl ha origini celtiche. Il 6 gennaio,poi, a Cividale si svolge la Messa dello Spadone e a Gemona la Messa del Tallero, entrambe ricostruzioni di tradizioni medioevali molto sentite!
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Fottetevi
Status:Utente  Località:Udine  Sesso:Metallara  Età:21
AlleMETAL (N/D)


06-01-08
15:20
Di filastrocche ne conoscevo anche io una simile,(o almeno, i primi 2 versi erano identici). Me la cantava mia nonna quando ero piccolo, ma non ho mai capito di cosa parli...
Status:Utente  Località:Modena  Sesso:Metallaro  Età:15
sekhmet warriorwitch (N/D)


06-01-08
15:58
Probabilmente l'inizio è comune perchè si rifà a un cannovaccio (come nella commedia dell'arte) che era sempre lo stesso (infatti i primi 2 versi sono in italiano mentre il resto è in friulano), non hai possibilità di ritrovare/risentire quella filastrocca?
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Fottetevi
Status:Utente  Località:Udine  Sesso:Metallara  Età:21
AlleMETAL (N/D)


06-01-08
18:01
Si, domani dopo la scuola me la faccio ridire.
Status:Utente  Località:Modena  Sesso:Metallaro  Età:15
AlleMETAL (N/D)


08-01-08
19:54
Fa più schifo di quel che pensavo,è una banalissima filastrocca da bambini:

Din Don
Campanon,
la campana fa din don,
chl'ira sota tri puten
chi ciameven cagnulencagulen bau bau
e la gata miau miau
e al galet chicchirichì
salta su Minghin cl'è dì.

Nel prossimo post che farò vi voglio parlare del coro del mio paese le Mondine di Novi di modena, se ne avrò voglia...
Status:Utente  Località:Modena  Sesso:Metallaro  Età:15
sekhmet warriorwitch (N/D)


08-01-08
22:45
Si, anche quella che ho postato io è una banale filastrocca che si raccontava ai bambini per spaventarli...infatti la Mari Da Gnot era una strega(senza testa) che mangiava i bambini!
Oddio oggi ho trovato un libro troppo bello sul folklore qua in Friuli!!!!!
AlleMETAL posta che io e Mortifero siamo stra contenti!!!
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Fottetevi
Status:Utente  Località:Udine  Sesso:Metallara  Età:21
Lasher (N/D)


09-01-08
08:17
E pure a mè cantavano quella filastrocca solo che ricordo solo i primi due versi, poi il resto mi sembra che era in dialetto bresciano o milanese non ricordo:s
Status:Utente  Località:Brescia  Sesso:Metallaro  Età:26
Akh666 (N/D)


10-01-08
09:55
buonissimo topic,complimenti Mortifero!

Complimenti anche a chi lo accresce con post utilissimi oltre che prezziosissimi.
Status:Staff  Località:Firenze  Sesso:Metallaro  Età:36
Lasher (N/D)


10-01-08
13:59
Porto delle filastrocca in dialetto , però non ho la traduzione:

Ol ma dàsso ol parulì
è l'ò portàt a cà
gò l'ò dàtt a la me mama
l'è bù dè fa ol disna
he tè té mè lahàat
t'òn paghe 'na caràfa
hò mìga la tò paiàha,
o hìgol kè tè hè!
Status:Utente  Località:Brescia  Sesso:Metallaro  Età:26
BloodyMary (N/D)


10-01-08
20:25
Sui monti sibillini, sotto il monte Vettore a 1941 mt dall'altezza c'è l'unico lago non glaciale al di fuori delle Alpi.
Le leggende narrano che qui fu sepolto il corpo di Ponzio Pilato..ma da sempre (tutt'oggi) si narrano strani fatti su di esso.

Questa è una delle tante leggende:

" La città di Norcia per evitare di essere distrutta dalle tempeste, doveva ogni anno scegliere un suo abitante e gettarlo in pasto ai demoni del lago, che famelici subito lo sbranavano si narra che un prete, sorpreso lassù da alcuni montanari durante i suoi esercizi negromantici, fosse stato condotto a Norcia e quindi, torturato e bruciato vivo e come un altro per lo stesso motivo, fosse stato fatto a pezzi e gettato nel lago..."

Leandro Degli Alberti scrive nel XVI secolo:

« essendo volgata la fama di detto lago (...), che quivi soggiornano i diavoli e danno risposta a chi li interroga, si mossero già alquanto tempo (...) alcuni uomini di lontano paese et vennero a questi luoghi per consacrare libri scellerati e malvagi al diavolo, per poter ottenere alcuni suoi biasimevoli desideri, cioè di ricchezze, di onori, di amenosi piaceri et simili cose »
Status:Traduttrice  Località:  Sesso:Metallara  Età:N/D
BloodyMary (N/D)


10-01-08
20:29
Inoltre per quanto riguarda i Sibillini esistono innumerevoli leggende, riguardanti appunto la Sibilla. In questo link si trovano in parte alcune notizie, se ne dovessi trovare altre le postero man mano:

http://www.cortescontenti.it/cultisibilla.htm
Status:Traduttrice  Località:  Sesso:Metallara  Età:N/D
Lasher (N/D)


10-01-08
22:26
Ne posto un pò anchio di Leggende di qua, poi ne hotrovate altre e ma mano le metto allora:

1) Il ragazzo era molto emozionato: era la prima volta che scendeva con la mandria in Bresciana, per trascorrervi l'inverno. Si partiva per il lungo viaggio quando era ancora buio, dopo aver mangiato polenta abbrustolita e latte fresco. Ci volevano cinque o sei giorni per attraversare la Valle Camonica: il primo giorno,, "stal dela Sciàniga"; il secondo, "Stal dela Culumbera"; la terza fermata, "stal de El"; infine, "Stal de Isé", per proseguire verso la pianura. Le mucche, in autunno, erano stanche e magre e faticavano assai a percorrere un buon centinaio di chilometri ma era consuetudine, in Valsaviore, transumare dopo la Madonna di settembre. Anche lui risentiva delle fatiche della fienagione estiva, ma era forte, molto forte, come suo padre, sua madre ed i suoi dieci fratelli. Si stava facendo sera ed in lontananza scorse un lume, appeso all'esteno di una locanda. Pensò di entrare per gustarsi un bicchiere di vino e quando entrò rimase sorpreso, vedendo che vi erano solo ragazze, anzi, bellissime ragazze. "Buonasera, giovane...entrate, siete il benvenuto!". Il ragazzo sedette, timido, su uno sgabello di legno. "Da dove venite?" interrogò una di esse. "Dalla Valsaviore", fu la risposta. Le fanciulle presero a ridere e ad ammiccare tra loro:"Certo, la Valsaviore: sapeste quante botte abbiamo preso lì!". "Botte? E chi mai fu ad oltraggiare anime tanto gentili?". "Oh, non furon cristiani, ma le campane di San Sisto". Il giovane rimase sbigottito davanti ad un'affermazione tanto strana:"Le campane di San Sisto? A mia memoria non hanno mai fatto male a nessuno!". Le ragazze risero ancora, ma questa volta il loro viso si deformò in un ghigno sinistro:"Quando veniamo a far festa nel prato delle Tese con i nostri amici diavoli, il baccano disturba i Cevesi che per mandarci via suonano le campane a distesa. Sapessi che male che fanno! E' come se il nostro corpo fosse percosso da fruste sottili e da bastoni nodosi e ci dobbiamo allontanare al più presto per avere requie!". Streghe...erano delle streghe! I suoi occhi caddero sui loro piedi, che prima erano nascosti dalle lunghe vesti ed ora invece poteva scorgere in tutta la loro mostruosità: piedi di capra. Fece per scappare, ma le streghe si avventarono su di lui, trascinandolo per i capelli in un tetro sabba di morte.


2) La leggenda del lago

..Il lago maledetto o il lago Morto ha origini misteriose di lugubre ricordo. I vecchi affermano che nessuna sorgente, alimenta quel lago, non vi è l'affluente e n'esce alcun rio da quelle fredde e cupe acque e non vi pescatori che si azzardano a solcarle. Il lago mette sgomento ai passanti. Ogni notte di luna piena si sente un suono quasi indefinibile, un fremito di vento portava i dodici battiti del lontano campanile della mezzanotte. Le onde allora, si agitavano accavallandosi, poi dal profondo ignoto una strana forma stava per emergere, poteva trattarsi della schiena di un grosso pesce, o un tronco alla deriva, oppure un mostro dalla pelle verde e gialla con bagliori fosforescenti come fuochi fatui che giocavano con la brezza notturna. A chi assisteva a quello spettacolo, era come paralizzato dalla paura, attanagliato da grinfie d'arbusti. Stava per arrivare la temuta Strega, essa spingeva una culla con dentro il cadavere di un bambino. L'inumana megera che nei tempi lontani avrebbe concepito il malvagio disegno: di soffocare nella culla il biondo pargoletto della sua vicina mentre essa stava accudendo ad un vecchio mendicante. La strega stava per ghermire il bimbo, quando il veggente intervenne ma un attimo più tardo, nella culla trovarono un altro bambino, magro e ammalato La strega se era fuggita sulle argentate acque del laghetto, spingendo la culla con il vero bambino. Il cielo punì la strega per secoli sul lago di notte la megera appariva, nella sua visione terrificante d'informi membra, di mostro e di sinistra figura umana. Il malcapitato che assisteva a quella scena notturna quasi ipnotizzato dalla visione avrebbe avuto sicura rovina attirandosi disgrazie e maledizione per il resto della sua vita. Questo accadeva tanti anni or sono. Il lago maledetto non esiste più il suo letto si è trasformato in un prato rigoglioso di fiori e trifoglio, circondato da casette di legno dei contadini. Le loro mogli accudiscono con amore cantando soavi canzoni ai loro paffuti pargoletti. Quando incontrano un vecchio passante gli porgono piccoli doni: una bella mela, un pane appena tolto dal forno, una scodella di ministra. Esse non sanno nulla della megera che appariva sulle acque, non sanno nemmeno che lì vi fu un lago. Compiono quei gesti caritatevoli perché così furono raccontate dai loro vecchi originari dagli antichi Celti del clan dei Camuni., racconta una leggenda di quei luoghi: - quando un vecchio viandante bussa al tuo uscio, fagli un piccolo dono potrebbe essere Odino nei cenci di un mendicante.

Questo lago si trova in mezzo ad una montagna, li hai tempi in basa al racconto lo chiamavano "Lago Morto" ora nvece si chiama "Lago Moro", molto bello, ci sono stato tante volte, ed è un paradisso
Status:Utente  Località:Brescia  Sesso:Metallaro  Età:26

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